C’è un metodo sfacciato e ormai intollerabile con cui la destra al governo e i suoi organi di stampa d’ordinanza provano a riscrivere la storia di questo Paese. Un cortocircuito permanente che parte dai social, passa per i quotidiani d’area e finisce nei palazzi delle istituzioni: prendere un pilastro dell’antifascismo italiano, strapparlo al suo contesto, infangarlo e servirlo all’opinione pubblica come fosse un trofeo criminale.
L’ultimo bersaglio della gogna sovranista è il tricolore garibaldino con la stella rossa, finito al centro del polverone per la sola colpa di essere apparso a Milano durante un corteo a cui partecipava l’eurodeputata Ilaria Salis. Una bandiera simbolo della Resistenza esibita in piazza e marchiata d’infamia, liquidata con sconcertante disinvoltura come l’insegna di milizie straniere e “occupanti”. È la solita, bieca operazione di revisionismo. Per colpire il nemico si riscrive la storia del confine orientale, rimuovendo con chirurgica amnesia vent’anni di crimini del fascismo, di italianizzazione forzata e di occupazione balcanica, si frulla tutto nel calderone della propaganda nostalgica per infangare la memoria di chi ha liberato l’Italia dal nazifascismo.
Occorre allora rinfrescare la memoria a chi finge di non sapere o, peggio, dimostra un’incompetenza storiografica imbarazzante. Quella bandiera con la stella rossa è il simbolo sotto cui hanno combattuto e sono caduti migliaia di partigiani italiani delle Brigate Garibaldi. La formazione numericamente più consistente e combattiva della Resistenza, parte integrante e fondamentale del Comitato di Liberazione Nazionale insieme a cattolici, azionisti, liberali e monarchici.
Liquidare quel vessillo come “bandiera criminale” è l’ennesimo sconcertante atto di sciacallaggio politico e ideologico. Serve a fabbricare il nemico interno di turno, a delegittimare chi scende in piazza oggi e, soprattutto, a sdoganare un revanscismo di maniera che punta a parificare chi stava dalla parte della libertà e chi occupava l’Italia a fianco dei nazisti.
Prima di dispensare patenti di patriottismo e lanciare anatemi contro le opposizioni, si abbia il rispetto elementare per la storia e per i martiri della Liberazione. Perché se oggi chiunque può sedere in Parlamento, scrivere su un giornale o pontificare sui social senza rischiare la galera o il confino, è unicamente grazie a donne e uomini che hanno dato la vita combattendo anche sotto quel tricolore garibaldino. Ed è da quel sacrificio che è nata la Costituzione antifascista su cui si fonda la nostra Repubblica.
L’ultimo bersaglio della gogna sovranista è il tricolore garibaldino con la stella rossa, finito al centro del polverone per la sola colpa di essere apparso a Milano durante un corteo a cui partecipava l’eurodeputata Ilaria Salis. Una bandiera simbolo della Resistenza esibita in piazza e marchiata d’infamia, liquidata con sconcertante disinvoltura come l’insegna di milizie straniere e “occupanti”. È la solita, bieca operazione di revisionismo. Per colpire il nemico si riscrive la storia del confine orientale, rimuovendo con chirurgica amnesia vent’anni di crimini del fascismo, di italianizzazione forzata e di occupazione balcanica, si frulla tutto nel calderone della propaganda nostalgica per infangare la memoria di chi ha liberato l’Italia dal nazifascismo.
Occorre allora rinfrescare la memoria a chi finge di non sapere o, peggio, dimostra un’incompetenza storiografica imbarazzante. Quella bandiera con la stella rossa è il simbolo sotto cui hanno combattuto e sono caduti migliaia di partigiani italiani delle Brigate Garibaldi. La formazione numericamente più consistente e combattiva della Resistenza, parte integrante e fondamentale del Comitato di Liberazione Nazionale insieme a cattolici, azionisti, liberali e monarchici.
Liquidare quel vessillo come “bandiera criminale” è l’ennesimo sconcertante atto di sciacallaggio politico e ideologico. Serve a fabbricare il nemico interno di turno, a delegittimare chi scende in piazza oggi e, soprattutto, a sdoganare un revanscismo di maniera che punta a parificare chi stava dalla parte della libertà e chi occupava l’Italia a fianco dei nazisti.
Prima di dispensare patenti di patriottismo e lanciare anatemi contro le opposizioni, si abbia il rispetto elementare per la storia e per i martiri della Liberazione. Perché se oggi chiunque può sedere in Parlamento, scrivere su un giornale o pontificare sui social senza rischiare la galera o il confino, è unicamente grazie a donne e uomini che hanno dato la vita combattendo anche sotto quel tricolore garibaldino. Ed è da quel sacrificio che è nata la Costituzione antifascista su cui si fonda la nostra Repubblica.

