Emfa, la grande incompiuta

RoFF21. Mustang: dove la memoria incontra il tempo

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Esiste un filo invisibile e indissolubile capace di intrecciare le cicatrici del cuore al silenzio sconfinato dell’Himalaya. Presentato in concorso alla Festa del Cinema di Roma 2026 nella sezione Progressive Cinema, Mustang di Kasia Smutniak (prodotto da Fandango e Luce Cinecittà) è molto più di un film: è un’opera di palpabile intimità, un gesto d’amore puro che sa trasfigurare il dolore in cura, il ricordo in speranza e sostegno vivo per un’intera comunità.

Tutto ha origine nel 2003. Due ragazzi poco più che ventenni, Kasia Smutniak e Pietro Taricone, uniti da un amore travolgente e vitale, si mettono in cammino zaino in spalla e videocamera alla mano. La loro meta è il Mustang, un angolo di mondo tra le vette del Nepal remoto e sospeso nel tempo, intriso di spiritualità e raggiungibile solo dopo giorni di viaggi impervi e cammini tortuosi. In quel luogo senza strade, custodito nei fotogrammi spontanei di due giovani innamorati, scocca una scintilla profonda: una promessa solenne di ritornare, un giorno, per fare qualcosa di tangibile per quel popolo e la sua millenaria cultura tibetana.

Nonostante la gioia di una nuova vita con la nascita di Sophie e la tragica scomparsa di Pietro solo pochi anni dopo, il richiamo di quella terra incontaminata continua a battere nel petto di Kasia con sempre maggiore intensità. Hanno così inizio i suoi “ritorni” in quel nido d’altitudine tanto amato, alla ricerca di una traccia, di un senso a ciò che sembrava perduto per sempre. Un legame viscerale che coinvolge presto anche la giovanissima Sophie, custode di un ricordo dolce e struggente: «Mamma mi diceva torno presto e spariva per settimane, ma ogni volta che tornava era un po’ più felice».

Per Kasia, immergersi di nuovo in quei canyon sferzati dal vento è una vera e propria rinascita, un ritrovare casa in un luogo capace di accoglierla e amarla in modo incondizionato. Un santuario della memoria in cui il passato non si dissolve, ma riesce a dare un significato persino alla ferita più profonda, trasformando il lutto individuale in una preziosa eredità collettiva. Il film si svela così come un pellegrinaggio commovente tra tempo, assenza e speranza, a testimonianza di come l’amore per chi non c’è più possa continuare a fiorire nel mondo.

È durante questo cammino lungo oltre vent’anni che avviene l’incontro con Kunzom, figura carismatica e guardiana della tradizione locale. È con lei che il voto stretto un tempo da Kasia e Pietro prende vita nella forma della Ghami Solar School: una scuola rivoluzionaria nata per evitare che i bambini debbano abbandonare le proprie famiglie per poter studiare tenuto conto della distanza delle strutture scolastiche, in grado di preservare, al contempo, l’anima e l’identità culturale di quel popolo.

Ma il documentario non tace la fragilità del presente. Oggi, la scuola che ha accolto e salvato il futuro di decine di giovani affronta sfide drammatiche: i cedimenti strutturali causati dal cambiamento climatico, il calo demografico che svuota le aule e la stanchezza di Kunzom, direttrice della scuola, stendono un’ombra d’incertezza sul futuro di questo sogno. Un grido sommesso e urgente che ci ricorda come la memoria, per restare viva, abbia continuamente bisogno del nostro sguardo e del nostro impegno.


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