Emfa, la grande incompiuta

Dio ride: la fede della gioia e il duetto memorabile Favino-Orlando

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«Si può ridere anche di Dio, basta continuare ad amarlo»

 Presentato come film di chiusura fuori concorso all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Dio ride è un film sorprendente che segna una svolta profonda nel percorso artistico di Giovanni Veronesi. Il regista si allontana dalle consuete atmosfere della commedia per avventurarsi nei territori più complessi della tragicommedia e della favola filosofica a sfondo storico.

Ispirato da una celebre intuizione di Papa Francesco — secondo cui anche Dio possiede il dono del riso —, il film trova ambientazione nel 1652, in un’Italia seicentesca ferita dalla peste, al confine tra Umbria e Toscana.

Al centro della vicenda c’è Frà Leopoldo da Casamacchia (Pierfrancesco Favino), un frate cappuccino analfabeta e figlio (abbandonato) di circensi, che ha persino inventato il proprio paese d’origine pur di darsi delle radici. Sopravvissuto al contagio, Leopoldo abbandona il convento ridotto oramai in cenere recando sulle spalle, con le ultime forze rimaste, il corpo martoriato del vecchio priore (Paolo Rossi) — l’ultimo a soccombere al contagio — prima che le fiamme divorino il rifugio di una vita.

Con la successiva morte del Priore, Frà Leopoldo inizia la sua predicazione del vangelo, “fuori le mura”; la sua è una evangelizzazione rivoluzionaria e accessibile ai più miserabili, imperniata sulla gioia e sull’abbraccio degli ultimi; non un Dio austero da temere, ma un Padre vicino e gioioso, in aperto contrasto con la cupa penitenza pretesa dalle gerarchie ecclesiastiche e con la predicazione in latino.

Ma, ben presto, il suo travolgente carisma e il vasto consenso popolare non tardano ad allarmare le autorità: Papa Innocenzo X (Carlo Cecchi) affida così il caso al Cardinale Vincenzo Maculani (Silvio Orlando), un inquisitore tanto lucido quanto tormentato. Lungi dall’essere un mero persecutore spietato, Maculani è un intellettuale pienamente consapevole delle crepe che incrinano il potere politico e religioso di un’epoca ancora segnata dallo scisma protestante. Dall’incontro con Leopoldo nasce uno scontro di visioni serrato e profondo che diventa il vero cuore pulsante dell’opera.

A sorreggere questo confronto è una prova attoriale di straordinaria potenza, alimentata da una chimica magnetica e da tempi scenici impeccabili. Pierfrancesco Favino lavora sul personaggio con una prorompente carica fisica e vocale, infondendo a Leopoldo un’empatia viscerale e una purezza disarmante. Al contempo, Silvio Orlando firma un’interpretazione sottile e misurata, fatta di sguardi penetranti e pregnanti silenzi: il potere non teme la semplice disobbedienza, quanto la capacità del frate di cancellare la paura della morte attraverso il potere della risata.

Il finale, di forte impatto emotivo, trasforma il martirio del protagonista nella vittoria morale del messaggio evangelico contro la rigida difesa dei dogmi e del potere.

L’opera trae ulteriore forza dall’incantevole scenario dei calanchi toscani e da una colonna sonora avvolgente (Paolo Buonvino).

«Invece di fare un film comico per far ridere, ho fatto un film drammatico sulla comicità, perché per me la comicità è una cosa seria. Questo mondo mi ha fatto entrare veramente in punta di piedi: sono riuscito a credere in Dio per due anni — che non è poco, credetemi — e sto stato bene. Poi ne sono uscito e ora mi ritrovo un po’ solo.» (Giovanni Veronesi)

Il film, in sala dal 29 ottobre, è distribuito da Piperfilm.


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