Emfa, la grande incompiuta

RoFF21. Fuksas – Da tutta la vita

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L’archeologia di un affetto oltre il mito dell’archistar: Elisa racconta il padre Massimiliano in un film intimo e commovente

Ci vuole un enorme coraggio, oltre a una spiccata maturità artistica, per puntare l’obiettivo della macchina da presa sulla propria famiglia, specie se la figura paterna è una delle archistar più celebri del pianeta. Con Fuksas – Da tutta la vita, presentato in anteprima alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Special Screening, Elisa Fuksas compie un’operazione straordinaria: scarta di lato l’agiografia professionale e il documentario canonico sull’architettura per addentrarsi nei territori labirintici, intimi e universali del legame tra un padre e una figlia. Ciò che ne emerge è un affresco inizialmente frammentario e caotico, quasi una costellazione di memorie sparse, che si ricompone sequenza dopo sequenza in un racconto fatto di tenerezza e commozione. Il film si muove agilmente su un doppio binario temporale, cucendo insieme riprese contemporanee, cantieri aperti e viaggi internazionali con un prezioso tesoro di materiale d’archivio privato.

La svolta narrativa è nata durante un’estate di convalescenza della regista, quando la madre ha inaspettatamente ritrovato centinaia di vecchi nastri degli anni ’90 e 2000, contenenti immagini in formato analogico e VHS registrate nel tempo da tutta la famiglia, persino dallo stesso Massimiliano negli anni ’70. Questo straordinario cortocircuito visivo rompe la patina del mito pubblico restituendoci un protagonista inedito, privato, colto nella sua eccezionale complessità umana. Spiazza, quasi lasciando attoniti per la spregiudicata sincerità, la sua confessione profonda sull’essere rimasto orfano di padre ad appena sei anni; una perdita drammatica che l’architetto definisce paradossalmente come la sua più grande fortuna, l’unico elemento che gli abbia permesso di sviluppare nel tempo un rapporto sano, normale e privo di proiezioni conflittuali con l’universo femminile. Questo magnetico protagonista, fiero delle sue radici per metà lituane da cui eredita una malinconia innata mista a una lucida stravaganza, non si è mai sentito d’altronde un progettista nel senso burocratico del termine; si definisce piuttosto un artista e un pittore prestato all’architettura. Eppure, la sua travolgente genialità, capace di partorire visioni globali che hanno ridisegnato interi profili urbani, cammina di pari passo con un’attitudine rarissima: quella di un uomo che ha attraversato contromano il Novecento senza mai prendersi troppo sul serio, capace di preservare intatta una giovialità contagiosa e uno spirito sornione che smonta ogni velleità di piedistallo.

Nel perimetro affettivo ed esistenziale tracciato dalla regista entra in modo strutturale anche la madre, Doriana Mandrelli, compagna di vita e di studio. La pellicola illumina un legame intimo e professionale autentico, cementato da un rispetto reciproco radicato e da un amore palpabile, tenero, capace di resistere alle sfide del tempo e della sovraesposizione pubblica.

Al centro di questo vortice di incontri e progetti mastodontici, l’architettura diventa la scusa ideale per un dialogo a due, il teatro di uno scontro e di una conoscenza in cui la figlia può finalmente dirigere il padre. Difatti, nonostante una laurea in architettura che sembrava averne già segnato il destino, Elisa ha trovato la propria voce autonoma scegliendo la strada della regia. Fuksas – Da tutta la vita non è la celebrazione di una firma del design globale, ma l’archeologia di un affetto, il tentativo riuscitissimo di due anime di specchiarsi l’una nell’altra, superando i ruoli imposti per riscoprirsi finalmente umane, fragili e vicine.


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