“Luce”, di Silvia Luzi e Luca Bellino, Ita, 2024. Con Marianna Fontana, Tommaso Ragno (la voce)
Ci sono film che sembrano svilupparsi intorno a una storia e altri che, invece, trovano nella presenza di un volto la ragione stessa del loro racconto. Luce appartiene a questa seconda categoria. Tutto sembra prendere forma attraverso il viso della protagonista, una giovane donna che attraversa la propria esistenza in una condizione di solitudine e smarrimento, alla ricerca di un’identità che continua a sfuggirle. Il suo volto diventa progressivamente il luogo nel quale si depositano inquietudini, desideri, fragilità e aspettative. Non è soltanto l’espressione di uno stato d’animo, ma uno spazio narrativo nel quale il film affida allo spettatore il compito di riconoscere qualcosa che le parole, da sole, non riuscirebbero a restituire. La protagonista vive una condizione di isolamento, quasi prigioniera di un presente che non riesce a comprendere fino in fondo. I suoi gesti, i silenzi, gli spostamenti all’interno di ambienti prevalentemente chiusi restituiscono l’immagine di una giovane donna infelice, povera di relazioni e di certezze, sospesa in una dimensione esistenziale nella quale ogni possibilità sembra rimanere incompiuta. La sua ricerca di identità non segue un percorso riconoscibile e non sembra destinata a raggiungere una risposta definitiva. È una ricerca che si manifesta soprattutto attraverso il corpo, attraverso la sua presenza fisica e il suo rapporto con uno spazio che appare spesso incapace di accoglierla. A interrompere questa condizione arriva una telefonata. Un cellulare, lanciato con un drone e destinato, originariamente, al padre in carcere della giovane protagonista, e finito nelle mani di qualcuno, che non saremo mai certi chi sia, diventa lo strumento attraverso il quale la ragazza entra in contatto con una voce misteriosa. Non sappiamo da dove provenga, chi sia realmente la persona che parla, se possa trattarsi della voce del padre o di chiunque abbia perso il proprio posto nel mondo. L’incertezza non viene sciolta e probabilmente non deve esserlo. Ciò che conta è il rapporto che si stabilisce tra quella voce e Vanessa. La ragazza accetta quella presenza, comincia a confidarle il proprio essere, il proprio presente, le inquietudini che non riesce a condividere con nessun altro. La voce diventa così una presenza immaginaria, ma non per questo meno reale, capace di riempire almeno in parte il vuoto della sua esistenza.
È proprio in questa relazione che il film trova una delle sue intuizioni più interessanti. La voce, pur non avendo un corpo riconoscibile, finisce per assumere una consistenza emotiva; al contrario, il corpo della protagonista sembra progressivamente abbandonare la propria dimensione concreta per entrare in quella dell’immaginazione. I corpi diventano fantasia e la fantasia, a sua volta, diventa corpo. La realtà e l’immaginazione si sovrappongono senza che sia possibile stabilire con certezza dove finisca l’una e cominci l’altra. Allo stesso modo, il rapporto di Vanessa con la gatta, presenza anch’essa destinata, inspiegabilmente, a scomparire nel nulla, sembra appartenere più a una dimensione desiderata che a una realtà effettivamente vissuta, inserendosi in questo universo di mancanze, proiezioni e bisogni affettivi. Il film si muove dunque in un territorio nel quale le immagini non si limitano a documentare ciò che accade, ma finiscono per sostituirsi alla stessa consistenza degli avvenimenti.
Gli ambienti chiusi, gli spazi familiari e quelli attraversati dalla protagonista diventano luoghi interiori, prolungamenti di una condizione esistenziale. Anche la casa, simbolo di un rapporto con il padre forse mai vissuto come Vanessa avrebbe desiderato, assume un significato che va oltre la sua dimensione materiale. È uno spazio nel quale si concentrano assenze e aspettative, ma anche la possibilità di immaginare una relazione diversa, finalmente capace di restituire alla protagonista qualcosa di ciò che le è mancato. Quella telefonata, apparentemente così casuale e inspiegabile, riattiva allora un universo di interrogativi. Il film non cerca di risolverli, né di accompagnare lo spettatore verso una conclusione rassicurante. Preferisce lasciare aperte le possibilità, affidando alle immagini e alle espressioni della protagonista il compito di suggerire risposte che rimangono inevitabilmente parziali. Non è un racconto che procede verso una soluzione, ma un’esperienza che continua ad alimentarsi di incognite, di punti interrogativi, di verità possibili. Non è casuale che il film si apra sul volto della protagonista e si concluda sulle sue spalle. Tra queste due immagini si consuma un percorso che non offre certezze, ma restituisce allo spettatore la complessità di una realtà fatta di sofferenza e di una gioia trattenuta, di solitudine e di improvvise aperture, di desideri che non sempre trovano la possibilità di realizzarsi. Rimane soprattutto l’incertezza, non come limite del racconto, ma come sua condizione essenziale.
Luce non pretende di affermare una verità assoluta, né di consegnare una spiegazione definitiva dell’esistenza della sua protagonista. Cerca piuttosto di raccontare quante più verità possibili attraverso le immagini, lasciando che sia lo spettatore a confrontarsi con ciò che vede o con ciò che soltanto immagina. Ed è forse questa la scelta più significativa del film. Uno spettatore che si lascia accompagnare da ciò che guarda può ritrovarsi davanti a qualcosa che non aveva previsto, e che, improvvisamente, vede: una realtà diversa da quella che pensava di conoscere, nella quale ogni certezza lascia spazio a nuove possibilità. Perché a volte il cinema non ha bisogno di spiegare tutto, gli basta mostrarci un volto e lasciarci il tempo di guardarlo.
