Emfa, la grande incompiuta

Dopo l’ultima  tornata elettorale in Israele: considerazioni a latere

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Nella grammatica politica della Prima Repubblica, la formula della conventio ad excludendum definì il perimetro dell’incompiutezza democratica italiana: un accordo sistemico, geopolitico, non scritto, precludeva infatti al Partito Comunista Italiano l’accesso alla “stanza dei bottoni” governativa. 

Dinanzi alla parabola dei partiti della minoranza araba in Israele — spesso espressione della sensibilità palestinese — sorge spontaneo il parallelo storico tra il caso italiano e l’attuale situazione dello stato ebraico. Tuttavia, in questo secondo caso, l’architettura che inibisce l’ascesa alla maggioranza da parte dei Palestinesi non poggia su un veto tacito tra partiti, bensì su invalicabili “pilastri demografici” e stringenti postulati di ordine costituzionale.

Il primo limite è di natura squisitamente aritmetica. I cittadini arabi d’Israele dotati di diritti politici attivi rappresentano circa il 21% della popolazione nazionale. Anche ipotizzando una mobilitazione elettorale plebiscitaria e monolitica, come avvenuto nell’ultima tornata di votazioni, questa fazione non disporrebbe delle quote “demografiche” necessarie per lambire la maggioranza assoluta dei 120 seggi della Knesset (il parlamento monocamerale israeliano), stante l’esclusione dal corpo elettorale dei residenti palestinesi di Gerusalemme Est e della Cisgiordania.

Al dato numerico si aggiunge un dispositivo giuridico di sbarramento. L’Articolo 7A della Legge Fondamentale della Knesset codifica la “democrazia protetta” israeliana, statuendo la squalifica di qualsiasi lista o candidato la cui piattaforma rechi la negazione dello Stato di Israele quale «Stato ebraico e democratico», l’incitamento al razzismo o il sostegno alla lotta armata di organizzazioni ostili. 

Di fatto, una proposta politica che mirasse a sovvertire l’identità ebraica dello Stato in favore di una maggioranza palestinese si scontrerebbe con l’immediata censura della Commissione Elettorale e della Corte Suprema.

Se la sociologia elettorale ha registrato nel 2021 una storica fessurazione del muro dell’esclusione — con l’ingresso del partito arabo-islamista Ra’am nella coalizione Bennett-Lapid — l’esperimento è tuttavia rimasto confinato all’alveo delle rivendicazioni civili e di bilancio. 

Pertanto, mentre l’esclusione del PCI fu il frutto di un equilibrio dinamico della Guerra Fredda, l’impossibilità di una maggioranza palestinese in Israele è un dato strutturale, dove la dottrina giuridica e la “realtà demografica” blindano l’essenza stessa dello Stato.

La partecipazione elettorale della minoranza araba in Israele non può dunque perseguire una prospettiva di egemonia politica, configurandosi piuttosto come uno strumento simbolico o di pragmatismo economico e di difesa strategica per tutelare essenzialmente alcuni diritti civili in una condizione di semi-cittadinanza.  


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