Emfa, la grande incompiuta

Adesso servirebbe una “coalizione Giulio”

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Ha ragione chi sostiene che Giulio Regeni abbia continuato a “fare cose” anche da morto. Se in vita è stato un brillante ricercatore e un cittadino del mondo, coraggioso e appassionato di tutto ciò che accadeva anche in luoghi in cui pochi hanno avuto il coraggio di avventurarsi, da morto infatti ha creato un popolo. Il “popolo giallo” di Giulio, custodito dalla sua splendida famiglia, in lotta per ottenere verità e giustizia ma soprattutto affinché non si spengano i riflettori su “tutti i Giulio del mondo” che, proprio come lui, continuano a essere torturati e uccisi in Egitto e non solo, questo popolo, dicevamo, esiste e meriterebbe un’adeguata rappresentanza politica e parlamentare. Lungi da noi qualsivoglia forma di strumentalizzazione, tuttavia non c’è dubbio che queste persone abbiano delineato un perimetro. È il perimetro di chi crede nella democrazia e nella Costituzione e si batte affinché non vengano calpestate; è il perimetro di coloro che non rimangono indifferenti di fronte ai mali del mondo; è il perimetro di chi si ritrova a Fiumicello in gennaio, a Monte Sole il 25 aprile, a Palrrmo il 23 maggio, a Brescia il 28, ancora a Palermo il 19 luglio, a Genova il 20, a Bologna il 2 agosto, in piazza Fontana il 12 dicembre e in tutti gli altri luoghi in cui stragi, depistaggi e violenze di Stato o di mafia (talvolta i due aspetti, ahinoi, sono intrecciati) hanno messo a repentaglio la nostra convivenza civile.
Giulio Regeni, con la sua memoria e la sua passione politica e civile, che continua a vivere sulle spalle e nel cuore della sorella Irene e dei genitori Paola e Claudio, oltre che nell’azione giuridica dell’avvocata Alessandra Ballerini, ci ha donato la forza di andare avanti in quello che è stato, senza dubbio, il decennio peggiore dal dopoguerra. Dieci anni di declino, di istituzioni esautorate, di attacchi continui alla Carta, di ascesa dei populismi, dei sovranismi e degli etno-nazionalismi in tutto il Vecchio Continente, per non parlare di ciò che sta accadendo negli Stati Uniti; dieci anni di solitudine e di inconsistenza; dieci anni nel corso dei quali abbiamo cercato disperatamente una bandiera, un simbolo, un punto di riferimento nel quale riconoscerci e lo abbiamo trovato, infine, in questo ragazzo assassinato in Egitto che ora sta cominciando, timidamente, ad avere giustizia.
Sarebbe bello, dunque, se il nascente campo progressista riuscisse ad aprirsi alla “coalizione Giulio”, che esiste e continuerà a esistere a prescindere da ogni voto e da ogni candidatura. Se ci pensate, è quella che Enzo Biagi definiva “la mia Italia che non si arrende”, che dà il meglio di sé nei momenti difficili e crede ancora in un’idea di società e di mondo in cui diritti umani e dignità della persona abbiano un senso. Glielo dobbiamo, con entusiasmo e senza retorica.


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