Per questo ultimo lunedì di settembre 2026, per la rubrica “Dalla parte di Lei”, Adriana Chemello traccia un profilo di Clara Sereni molto forte. A tutto tondo, evidenziando quanto la vita di Clara il suo pensiero la sua opera presentino un intreccio inestricabile con un fil rouge, la volontà di essere nel mondo come donna. Commenta alcune parole di Clara che lo evidenziano: «il femminismo […] cambiò anche me ma non me ne accorsi». Riconosce però il “di più” che le è venuto da altre donne, da scrittrici vissute prima di lei e da donne incontrate sul suo cammino. Un “di più” che le ha permesso di mettersi al mondo come donna.
Ho avuto modo di conoscerla, Clara, alla fine degli anni ’80 quando Livia Turco lanciò “Dalle donne la forza delle donne” lo slogan premessa di un progetto che abbiamo discusso in tutto il Paese e con tutte le organizzazioni femminili e femministe, attorno ai temi che ancora sono davanti a noi primo fra tutti quello della costruzione della PACE, della giustizia, uguaglianza e libertà.
Ringrazio Adriana per questa riflessione che propone non solo alle donne. Lo fa con levità e profondità a partire da alcuni libri di Clara Sereni come: Gioco dei regni, Taccuino di un’ultimista: (ebrea per scelta, donna non solo per anagrafe, esperta di handicap, utopista ..) Casalinghitudine, Via Ripetta, Passami il sale e anche i Diari (inediti) di Clara.
Racconta, Adriana, di quanto Clara avesse a cuore la giustizia e la forza della verità, per cambiare il mondo essendo vissuta in anni attraversati da immani tragedie, dalla Praga occupata dall’armata rossa (agosto 1968) alla strage di piazza Fontana fino alla strage di Brescia e oltre. Racconta altresì dell’esperienza di vice Sindaco e assessore alle politiche sociali del comune di Perugia (dal 1995 al 1997).
Clara Sereni ha condiviso con Passami il sale la sua esperienza politica, sostenendo che nella terra arida della Politica il buon senso ed il sapere di una donna possono diventare il sale della terra.
Racconta verso la fine, Adriana, una storia che si svolge nell’estate del 2003 a Malo per i quarant’anni dalla pubblicazione di Libera nos a malo (1963). Protagonisti anche, tra gli altri, Ottavia Piccolo, Marco Paolini, Lella Costa, Clara Sereni, Lorenzo Mondo. Era presente Luigi Meneghello e Clara lo appunta nel suo Diario ricordando in particolare che quando uscirono I piccoli maestri aveva diciotto anni e già stava compiendo scelte personali di autonomia e libertà.
MGG
Clara Sereni: il mettersi al mondo di una donna
di Adriana Chemello
La quinta e ultima sezione del Gioco dei regni di Clara Sereni, dal titolo Ballata a Loletta, si apre con una breve sequenza narrativa che fotografa un momento di intimità di una coppia: «chiusi in un bozzolo caldo, e sono Uriello e Loletta, innamorati». Lo sguardo è quello del poliziotto di scorta ad uno «strano ministro» che abbraccia con tenerezza la moglie in avanzato stato di gravidanza. Siamo presumibilmente a inizio estate del 1946, da poche settimane le donne italiane sono andate al voto per la prima volta e si sono espresse sul Referendum costituzionale e hanno eletto l’Assemblea costituente. Lo «strano ministro» è Emilio Sereni (Uriello) la moglie è Xenia Silberberg: il 28 agosto 1946 nasceva Clara.
Il 28 agosto scorso, Clara Sereni avrebbe compiuto ottant’anni. In questo ottantesimo anniversario del voto alle donne, e dell’Assemblea costituente che vide per la prima volta 21 donne accedere alle austere aule parlamentari, dedichiamo uno spazio della nostra rubrica alla figura di Clara Sereni con affettuosa riconoscenza per aver speso molto di sé per rendere migliore il mondo.
Scrittrice colta, raffinata ed esigente, dalla parola «puntuale e puntuta», come spesso sottolineava con ironia, Clara Sereni ha dato una lucida rappresentazione di sé e della sua «diversità» in una pagina del Taccuino di un’ultimista: «ebrea per scelta più che per destino, donna non solo per l’anagrafe, esperta di handicap e debolezze come chiunque ne faccia l’esperienza, utopista come chi, radicandosi in quanto esiste qui e oggi, senza esimersi dall’intervenire sulla realtà quotidiana, coltiva il bisogno di darsi un respiro e una passione agganciati al domani» (p. 12).
Un profilo a «quattro spicchi» che fotografa la complessità di una vita vissuta tra diverse appartenenze: dal tormentato riconoscimento delle proprie «radici» ebraiche ai diversi «pezzi» di sé, donna, madre, scrittrice, amministratrice.
Già nei titoli dei suoi romanzi e racconti, nelle valenze simboliche o nelle invenzioni linguistiche, incontriamo il ritratto di un’«ultimista» che con uno sguardo severo e onesto ha parlato di sé e della sua generazione, declinando insieme il «partire da sé» e l’«essere nel mondo», facendo interagire il privato e il pubblico, la sua «casalinghitudine» con la passione per la politica e il desiderio di cambiare il mondo. Nella sua vita ha inseguito con convinzione e passione una dimensione utopica, prefigurando una società dalla quale nessuno debba sentirsi “escluso”. E nelle pagine dei suoi racconti ha saputo mettere in parola, oltre alla memoria di una famiglia che ha attraversato tutto il Novecento, gli antidoti quotidiani al dolore per gli scherzi del destino, facendo della scrittura, dell’attenzione all’altro e della solidarietà i capisaldi del suo essere nel mondo.
In questi giorni ho ripreso in mano alcuni suoi libri, soffermandomi sulle pagine dei romanzi che più mi avevano intrigato, avendone condiviso esperienze e sentimenti. Così in questa breve rassegna ho pensato di procedere a ritroso, partendo cioè dall’ultimo libro pubblicato, Via Ripetta 155 (Firenze, Giunti, 2015).
Via Ripetta prende il titolo dalla via dove era ubicata la prima ‘vera’ casa dell’autrice, luogo fisico e simbolico, in cui si inscrivono da un lato la rivendicazione di autonomia dalla casa paterna e dalle sue rigide regole, dall’altro la libertà di essere e sperimentare una vita diversa: «Non mi importava del freddo, non mi importava della fame che ancora, soprattutto a fine mese, mi faceva sognare un panino col tonno o col prosciutto. Non mi importava di niente, non mi preoccupavo di niente: direi che ero felice, benché la parola suoni anche a me eccessiva. Ero piena di me. Poter dire “casa mia”» (p. 13). Molto più di un ‘romanzo autobiografico’ il libro non racconta soltanto il mettersi al mondo di una giovane donna tra il 1968 e il 1977, ma restituisce la radiografia di una generazione che, nonostante i «vuoti d’anima» e la «difficoltà di lasciarsi vivere», continuava a sperare «nella giustizia, nella forza della verità, comunque in noi stessi» (pp. 53, 56) e attraverso l’esperienza del fare si sforzava di cambiare il mondo. Sullo sfondo, nello scorrere delle pagine, intravvediamo i fotogrammi delle tragedie che hanno segnato la Storia di quel decennio: dal sacrificio di Jan Palach nella Praga occupata dall’armata russa nell’agosto del 1968 alla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, dalle manifestazioni contro la guerra in Vietnam alla legge sul divorzio, dalla rivolta di Reggio Calabria all’uccisione del commissario Calabresi, dalla guerra del Kippur alla strage di piazza della Loggia a Brescia, fino alla «primavera degli autonomi».
Le pagine autobiografiche di Via Ripetta 155 sono la risultante del momento della vita in cui lo sguardo si volge all’indietro e la porta si spalanca sul passato, attraverso immagini o oggetti riportati in superficie da un esperto palombaro: riaffiora così il ricordo di situazioni già vissute, spesso associate o provocate da accostamenti con oggetti desueti. In Sereni questo avviene attraverso associazioni con la dimensione prandiale, il cibo quotidiano e gli stimoli olfattivi, gli odori, i sapori, che ci riportano al libro che la fece conoscere come scrittrice, Casalinghitudine (1987), al romanzo che narra la sua sofferta esperienza politica di vice sindaco ed assessore alle politiche sociali del comune di Perugia dal 1975 al 1997, Passami il sale (2002), al bel racconto Le merendanze (2004), «una storia di donne, di passioni sghembe e di incontri non scontati» (dalla quarta di copertina).

I due titoli che raccontano la sua assunzione di consapevolezza in quanto «Donna» ed «Ebrea», nella ricerca di «autonomia profonda» della scrittura, vale a dire la ricerca della propria autorialità, sono Casalinghitudine (Einaudi 1987) e Il Gioco dei regni (Giunti 1993).
Casalinghitudine è il libro che nel 1987 la rivela scrittrice e la autorizza ad esserlo. Clara, nel Taccuino di un’ultimista, lo presenta così: «Casalinghitudine uscì accolto da molte donne come una cosa che apparteneva non solo a me, ma a tante: la domanda “per chi scrivi?”, che in qualche modo continuava e continua a macinarmi dentro, trovava così una prima risposta. Una risposta per me molto importante, perché è stato il consenso delle donne, soprattutto, a farmi sentire via via più “in diritto”, più autorizzata a compiere quella scalata al cielo, e al potere, che è la scrittura» (pp. 39-40).
Un libro scritto quasi «di nascosto da me», «su piccoli fogli volanti, senza il coraggio di dirmi che stavo componendo il libro».
Casalinghitudine è un libro fatto a strati, che concede alla lettrice attraversamenti e letture multiple, intersecantesi e complementari. Il primo livello, il più immediato, è quello delle ricette, secondo un archetipo illustre rappresentato dal Libro di cucina di Alice B. Toklas. Molte donne dichiarano di averlo letto e regalato alla stregua di «libro di cucina» o addirittura di conservarlo nelle scansie di cucina, magari impregnato di aromi e di spezie e con evidenti tracce d’uso. Ma penetrando più addentro nella lettura ci si accorge che ogni ricetta è legata ad eventi dell’esistenza e si scopre l’esistenza di un linguaggio simbolico del cibo e del corpo che transita dal piatto alle persone che lo consumano.
Un libro costruito con sequenze giustapposte, che tuttavia se letto con attenzione lascia intravedere un ordine interno, una «grammatica» del racconto. Innanzi tutto l’esordio, la prima sezione intitolata «Per un bambino» e dedicata alla figura del figlio, un bambino difficile che rende la madre «disperata» e «scontenta», un bambino che mostra subito problemi con il cibo, un’«ansia ingorda» che lo rende sempre più affamato.
La ricerca della propria appartenenza all’ebraismo, trova una realizzazione magistrale nelle pagine del Gioco dei regni, con il recupero delle radici, le radici storiche, le radici ebraiche, quelle remote, fatte di parole taciute, di sentimenti rimossi, di nomi e parentele censurati o soffocati, quell’«eredità condivisa» grazie alla quale «riconoscermi ed essere riconosciuta come parte di una comunità». Scrive in proposito Clara Sereni: «Nel Gioco dei regni ho lavorato sui silenzi, sulle omissioni, su tutti gli infiniti non detti della mia famiglia, e su quello che c’era dietro».
Il Gioco dei regni è un percorso dentro una genealogia familiare complessa, fatta di culture, tradizioni e lingue diverse dove Clara – per riconciliarsi definitivamente con le proprie radici – va alla ricerca di una storia che ha lasciato tracce, testimonianze scritte, dove tuttavia incontra vistose censure, silenzi assordanti. Nella tradizione orale della famiglia alcuni fatti ed eventi sono stati accuratamente rimossi, velati, resi irriconoscibili.
Nel Gioco dei regni è la storia di sentimenti, di affetti, di sensazioni del vissuto dei/delle protagoniste che si vuole ricostruire, rispetto alla quale i documenti ufficiali di partito, i discorsi accademici o gli studi eruditi del padre, i faldoni e le buste dell’Istituto Gramsci o dell’Archivio di Stato, le stesse memorie autobiografiche della madre risultano reticenti.

Un affascinante «romanzo storico» che parte dai documenti, dall’archivio, dalla scrittura privata e pubblica di due-tre generazioni resesi protagoniste di eventi epocali e con abile procedere introspettivo si sforza di conferire spessore umano ai protagonisti. Uno spessore umano che restituisca i turbamenti degli animi, le incrinature delle voci, i sussurri ed i palpiti dei cuori di uomini e donne.
Altrettanto coinvolgente è il romanzo Passami il sale (Milano, RCS, 2002) che racconta vicende, sentimenti, fantasie ma anche pensieri reconditi, segreti inconfessati dei personaggi della politica, anzi del gruppo dirigente (con Sindaco e Giunta comunale in testa) di una grossa città di provincia mai nominata ma identificabile nella città di Perugia, nella quale la scrittrice ricoprì per due anni (dal 1995 al 1997) la carica di Vice-sindaco e di Assessore alle politiche sociali. Una esperienza politica tradotta con scintillante ed amara ironia in una scrittura che si sforza di dar conto di fatti, episodi, piccoli e grandi conflitti, che hanno costellato due anni di mandato: «Però io non volevo limitarmi a non nuocere: volevo cambiare un pezzetto di mondo. Assumendomi le responsabilità, accettando contraddizioni anche brucianti, ma incidendo la realtà per farla crescere. E invece tutto si smussa, si addolcisce, scompare. Non è rimasta più neanche una tradizione che autorizzi a indignarsi, che aiuti a dire: non mi piace».
Nelle pagine che raccontano «l’urgenza di dover fare qualcosa» (Passami il sale, p. 24), «la presunzione di prendersi cura di una città» (p. 34), l’aspirazione ad un «modo diverso di essere e di fare politica» pur continuando a «mantenersi donna» (p. 109), c’è la constatazione amara: «vorrei essere Giovanna d’Arco in guerra vittoriosa e mi ritrovo Cassandra noiosa, priva di arti divinatorie e dotata invece solo di un inutile sguardo acceso sulla realtà» (p. 150).
Se in Casalinghitudine il cibo serve per spezzare la «consequenzialità autobiografica», in Passami il sale, il linguaggio del cibo aiuta a dar forma e a nominare tutto ciò che della «politica» è altrimenti irraccontabile. Un intreccio formidabile dove la metafora culinaria ben riesce a descrivere le regole di un gioco (quello della politica istituzionale) che faticano a modularsi sui ritmi di una vita familiare o a conciliarsi con i pensieri di una donna determinata a resistere, riproponendosi come «soggetto pensante», senza mai rinnegare il suo essere donna e madre.
Senza abbandonare la sua casalinghitudine, Clara Sereni ha condiviso con Passami il sale la sua esperienza politica, significandoci fin dal titolo che nella terra arida (quando non del tutto sterile) della Politica il buon senso ed il sapere di una donna possono diventare – come nella massima evangelica – il sale della terra.
Il file rouge che tiene insieme le diverse narrazioni di Clara Sereni è la tensione a voler essere nel mondo come donna: «Non donna nuova ma a stento emancipata; non proletaria e anzi figlia di una borghesia non piccola; […] Il mio spazio si andava restringendo, non ero più così fermamente convinta di avere di fronte a me un cammino tracciato di infinito progresso» (Via Ripetta, p. 33). Sereni ha dichiarato in diverse occasioni che il femminismo le è passato accanto quasi senza che se ne accorgesse, tuttavia se per le femministe non ha sentito una particolare attrazione, ha captato tutto ciò che il femminismo ha lasciato nell’aria, quell’eredità senza testamento di cui si sono nutrite e avvantaggiate diverse generazioni di donne: «il femminismo […] cambiò anche me ma non me ne accorsi». Ma soprattutto riconosce il “di più” che le è venuto da altre donne, da scrittrici vissute prima di lei e da donne incontrate sul suo cammino. Un “di più” che le ha permesso di mettersi al mondo come donna attraverso la scrittura e di «fare ordine.
Concludo con una testimonianza personale. E parto da un margine, da un frammento in cui mi sono imbattuta sfogliando i Diari (inediti) di Clara Sereni conservati presso l’Archivio contemporaneo «Bonsanti» di Firenze. Alla data 29 giugno 2003, rientrata a Perugia da un lungo tour che l’aveva portata dalla Toscana (Agliana in prov. di Pistoia) fino in Piemonte, dove aveva partecipato al premio ‘Grinzane Cavour’, annota:
Giri, giri, giri: gli ultimi, faticosi per il caldo e il pessimo stato delle ferrovie italiane. […] Ultimo giro della stagione (almeno fuori dall’Umbria) a Malo, per i quarant’anni e una lettura di “Libera nos”. Presenti Katia e Gigi Meneghello. – Grande tensione (gli esami non finiscono mai), grande caldo, bel clima complessivo, anche a dimostrazione del fatto che anche una piccola idea (letture fatte da scrittori) se ben condotta e gestita può dare risultati non solo di cultura, ma anche di consenso.
Nell’estate del 2003 il Comune di Malo, per festeggiare i quarant’anni dalla pubblicazione di Libera nos a malo (1963) si era fatto promotore di una serie di iniziative, tra cui un convegno internazionale di studi dal titolo In un semplice ghiribizzo; aveva anche stampato e diffuso un’edizione speciale di Libera nos a malo. Tra le varie iniziative una specie di maratona a staffetta: in 14 puntate era stato letto integralmente in pubblico il romanzo Libera nos a malo (tra i lettori vi sono stati Ottavia Piccolo, Marco Paolini, Lella Costa, Clara Sereni, Lorenzo Mondo).
Era quest’ultima la «piccola idea» appuntata da Clara Sereni nel suo Diario. Avevo seguito alcuni di quelli eventi e in particolare non potevo mancare all’appuntamento con Clara Sereni, la sera del 25 giugno 2003. Mi è rimasto un ricordo nitido della memoria autobiografica che in quella occasione Clara volle condividere con il pubblico, a proposito della sua lettura giovanile dei libri di Meneghello, soprattutto dei Piccoli maestri. Purtroppo non è rimasta traccia nelle pagine degli Atti (Per Libera nos a malo. A 40 anni dal libro di Luigi Meneghello. Atti del convegno internazionale di studi “In un semplice ghiribizzo”, pubblicato dalla casa editrice Terra Ferma nel 2005) di questa «memoria autobiografica» e anche i numerosi faldoni delle ‘Carte Sereni’, depositati per volontà della scrittrice presso l’Archivio contemporaneo Bonsanti, del Gabinetto Vieusseux di Firenze, non hanno finora restituito appunti o note relativi a questo evento. Mi affido quindi alla mia memoria e alle impressioni che quella «confessione» aveva lasciato in me.
Quando uscirono I piccoli maestri (1964) Clara era una ragazza diciottenne, che aveva abbandonato la casa paterna l’anno prima per sfuggire alla «presenza ossessiva e ingombrante» del «grande Adamo» (il padre Emilio, dirigente politico, ministro nel primo governo dell’Italia liberata, partigiano e grande storico dell’agricoltura), mettendo una distanza che attenuasse il lacerante conflitto. – Come ebbe a scrivere in anni più tardi, il padre «usava con me cultura e politica come muraglia e arma contundente» (Via Ripetta, p. 123). Ma è soprattutto in una pagina di Casalinghitudine (Einaudi 1987) che Sereni fotografa, in modo quasi impietoso, le lacerazioni di questo rapporto: «tutta la mia vita, sotto lo sguardo di mio padre, diventava un immancabile però, e ogni mio atto di autonomia, di libertà, di intellettualità si scontrava con il suo furore, o con un sorriso di sufficienza. In età più verde aveva sempre già fatto, e meglio, qualunque cosa io tentassi di fare: gli studi, i rapporti sentimentali, la politica, perfino la cucina. […] Forse avrebbe voluto soltanto che percorressi strade diverse dalle sue, ma evitare di sconfinare nei suoi territori non era facile: aveva fatto e sapeva tante di quelle cose. E allora non mi restava che sconfinare, sconfinare in continuazione: nella scelta degli esami universitari, nel fare politica con altri occhi, nel preparare le zucchine di mammà».
Uno di questi «sconfinamenti» riguarda appunto la lettura e la rilettura della “resistenza”, quella antieroica raccontata da Meneghello che entrava in rotta di collisione con “l’anelito alla perfezione” che era stata la vocazione dei tre fratelli Sereni: il sacrificio di sé come chiave per migliorare il mondo. In questo orizzonte di senso il libro di Meneghello, rappresentazione antieroica e antiretorica della Resistenza in Veneto, «resoconto veritiero» di una esperienza personale e unica, diventa un punto di forza, una specie di controcanto che Clara oppone alla forza inossidabile dell’utopia paterna. Ed è l’autorevolezza dello scrittore Luigi Meneghello che le offre un inaspettato sostegno per controbilanciare il peso eccessivo e ingombrante di quella visione eroica e inamovibile espressa dalla rievocazione paterna. La lettura dei libri di Meneghello aveva mostrato a Clara uno sguardo “altro”, un partire da sé per dare un contributo a migliorare il mondo.
Questo sguardo “altro” affascina e persuade la giovane Sereni che entra subito in sintonia con quel modo di vedere e di raccontare la Resistenza. Non solo, se il padre aveva preteso di usare la parola per cambiare il mondo, lei avrebbe scelto di usare la parola per raccontare e raccontarsi.
Nel 2003 quando viene invitata a fare la sua lettura a Malo, Clara Sereni ha da poco congedato la sua ultima fatica letteraria, Passami il sale, dove racconta l’esperienza istituzionale di vice-sindaco di Perugia con delega alle politiche sociali. Nel momento di accettare il mandato, annota: «mi sembrava non fosse più tempo di intellettuali alla finestra, mi sembrava di dover fare anch’io il mio pezzettino. Per me stessa, per la città che mi aveva accolto e a cui sentivo di dover restituire qualcosa». (p. 14)
Dopo pochi mesi, costretta a rassegnare le dimissioni, seppur con molta amarezza, scrive: «volevo cambiare un pezzetto di mondo. Assumendomi le responsabilità, accettando contraddizioni anche brucianti, ma incidendo la realtà per farla crescere». E aggiunge: «il mondo non finirà né oggi né domani: finisce soltanto una fiaba, l’idea infantile di poter dar forma alle speranze con poco più di un colpo di bacchetta magica». (p. 244)
