Quando è iniziata questa legislatura, siamo stati fra i primi a sostenere, in beata solitudine o quasi, che la vera matrice di questo governo, dei suoi membri e di una parte consistente dei suoi sostenitori, dall’interno e dall’esterno, fosse il G8 di Genova. Niente Pavolini e Farinacci, dunque, niente mani tese e marce su Roma, niente “Giovinezza” e “Faccetta nera”: troppi osservatori, analisti e commentatori, al maschile e al femminile, hanno sbagliato fascismo sbagliando, di conseguenza, anti-fascismo. Ora che questi rispolverano addirittura i fermi preventivi estendendoli ai minorenni, ora che vediamo ragazzini di quattordici anni portati in questura, ora che le periferie, devastate dalle disuguaglianze, specie a Milano ma non solo, forse ispirate dalle violenze francesi, forse unicamente in preda alla propria rabbia esistenziale, si riversano in centro e trasformano le proteste in riot, ora sono in diversi a sostenere che la situazione rischi di degenerare. Vi diamo una notizia: è già degenerata. E l’orrore cui abbiamo assistito nel capoluogo lombardo, con bande di ragazzini disposte a compiere qualunque atto di teppismo, cade a fagiolo per un esecutivo che non sa più come arginare la legittima protesta degli autotrasportatori che stanno paralizzato le autostrade del Sud, degli operai dell’ex ILVA che hanno occupato l’aeroporto di Genova e di molte altre categorie, storicamente non proprio di sinistra, che si stanno ribellando perché non riescono più a vivere a causa dei rincari dovuti a una situazione internazionale insostenibile.
E allora, non bastando più TeleMeloni a nascondere il malcontento, ecco che le vetrine infrante nel cuore della Milano bene coprono tutto o quasi. Non a caso, da giorni, non si parla che di “maranza”, militari da dispiegare nelle strade, nuovi reati da introdurre e di uno Stato sempre più censorio e repressivo, come se non bastassero le carceri minorili che ormai traboccano e il senso di smarrimento che si legge negli occhi e sui volti di una generazione che si sente abbandonata.
Ilaria, Angela, Sabrina, Francesca, Federica, Pietro: sono i nomi della meglio gioventù , quella che è scesa in piazza sabato al fianco della CGIL, che ha parlato dal palco di piazza del Popolo dopo aver sfilato in un corteo mai così pieno di giovani, che ha riempito i cortili delle università e le piazze di tende, che manifesterà il prossimo 20 novembre in occasione dello sciopero studentesco europeo e dello sciopero generale indetto saggiamente da Landini a rimorchio di questa battaglia generazionale che è anche la nostra; ebbene, vorremmo che fossero loro i simboli di questa generazione in lotta per i propri diritti e per la propria sopravvivenza. Se non è così, o almeno non del tutto, è perché persino loro costituiscono dei “privilegiati”: ragazze e ragazzi colti, studiosi, politicizzati, impegnati socialmente e civilmente, con ancora tanti sogni da realizzare, una miriade di conoscenze già acquisite e altrettante da acquisire; insomma, una futura classe dirigente che speriamo arrivi quanto prima dove merita di stare. Il punto è ciò che non vediamo, ciò che nemmeno loro riescono più a intercettare, nonostante la passione e l’impegno, ossia quel sostrato di marginalità, disperazione e senso di abbandono che la politica ombelicale non comprende da decenni, che il sindacato è tornato a frequentare solo grazie a Landini, che le organizzazioni sociali e i corpi intermedi hanno per troppo tempo trascurato e che anche il mondo dell’informazione e degli intellettuali non è stato in grado di raccontare. Sarebbe servito un Pasolini, ci sarebbe voluto uno Scola o, quanto meno, un po’ di sano verismo, invece niente: sentimentalismi, trionfi dell’ego, narrazioni e autonarrazioni anch’esse ombelicali, silenzi diffusi, complicità palesi e infine la sensazione collettiva di non contare più nulla mentre tutto collassa.
Ora siamo di fronte alla prova più difficile: la tenuta della democrazia nell’epoca dei Trump, dei Bolsonaro, delle Le Pen, dei neo-nazisti di AfD e di altre formazioni che hanno come preciso scopo la distruzione della stessa. Tutto fa brodo, tutto può essere utile allo scopo, compreso soffiare sul fuoco dei margini in disordinata ribellione, alla ricerca del casus belli, proprio come venticinque anni fa. Solo che stavolta non ce ne sarebbe più per nessuno, perché il tessuto sociale è sfibrato, la magistratura non è più quella di allora e l’informazione è quel settore in cui siamo passati dalla RAI di Roberto Morrione e Albino Longhi a ciò che vediamo, anzi non vediamo, oggi. Dopo di noi, il diluvio.
