Dalla Spagna alla Francia, sino all’Italia, la protesta racconta le fratture di una società che non riesce più a garantire il futuro. Ma mentre si invoca l’ordine, resta una domanda: che cosa consideriamo violenza e quale violenza abbiamo imparato a non vedere?
Vi è infatti un momento in cui il disagio smette di essere una somma di solitudini e diventa un fatto sociale; accade quando le persone riconoscono, nelle esperienze altrui, la stessa frattura che attraversa la propria esistenza. È allora che la rabbia privata diventa conflitto pubblico, interrompendo la normalità di una società che vorrebbe le proprie contraddizioni silenziose, possibilmente invisibili e prive di conseguenze.
Le proteste studentesche e le mobilitazioni del mondo del lavoro, comprese quelle degli autotrasportatori, esprimono rivendicazioni differenti, che sarebbe sbagliato sovrapporre. Eppure, nelle loro differenze, affiora una questione comune: l’erosione delle condizioni materiali e simboliche necessarie per immaginare il futuro. Il patto sociale sembra svuotarsi, mentre ai sacrifici richiesti non corrispondono più garanzie e il presente impone costi crescenti senza offrire prospettive credibili.
La generazione Z è forse l’espressione più evidente di questa contraddizione. Le viene chiesto di formarsi, competere, essere flessibile e reinventarsi continuamente, come se il destino dipendesse esclusivamente dalle capacità individuali. Ma come si progetta un’esistenza quando l’istruzione pubblica si impoverisce, la casa diventa inaccessibile e il lavoro non garantisce autonomia? Abbiamo costruito una retorica della responsabilità individuale che attribuisce ai singoli il merito dei successi e la colpa dei fallimenti, occultando le disuguaglianze strutturali che distribuiscono opportunità e svantaggi. È una generazione alla quale chiediamo di diventare adulta senza garantirle le condizioni per farlo. Liquidarne la rabbia come un deficit educativo o un’incapacità di rispettare le regole significa trasformare una questione politica in un problema di comportamento. La rabbia, naturalmente, non è necessariamente emancipatrice: può diventare distruttiva, regressiva, persino reazionaria. Ma può anche rappresentare il momento in cui una disuguaglianza, vissuta come destino individuale, viene riconosciuta come ingiustizia collettiva.
Non si tratta di giustificare aggressioni, devastazioni o intimidazioni. Si tratta di interrogare una gerarchia morale nella quale la violenza diventa immediatamente visibile quando interrompe la circolazione delle merci o mette in discussione l’autorità, mentre quella prodotta dalla precarietà, dall’impoverimento, dalla privazione dei diritti e dall’esclusione sociale viene spesso normalizzata. La prima occupa le cronache; la seconda si deposita nelle esistenze, lentamente, sino a sembrare inevitabile. Proprio la sociologia ci ricorda che l’ordine sociale non coincide necessariamente con la giustizia e che il conflitto non è un’anomalia da correggere: è una componente costitutiva della democrazia. Quando le istituzioni non offrono canali credibili di ascolto e trasformazione, la protesta può radicalizzarsi. Comprendere le cause non significa legittimare ogni comportamento, ma distinguere la spiegazione dalla giustificazione: una distinzione che il dibattito pubblico sembra talvolta voler cancellare.
Anche la sicurezza va sottratta alle semplificazioni. La sicurezza di chi non riesce a pagare l’affitto, di chi lavora senza garantirsi una vita dignitosa, di chi frequenta una scuola impoverita dovrebbe appartenere alla stessa discussione pubblica che invoca la sicurezza delle strade. Altrimenti diventa soltanto uno strumento di conservazione dell’esistente, anche quando l’esistente produce insicurezza.
Anche in questo caso, lo sguardo femminista e intersezionale permette di cogliere ciò che le generalizzazioni cancellano: la rabbia non nasce nelle stesse condizioni per tutte e tutti. Genere, classe, origine e territorio determinano differenti esposizioni alla precarietà e differenti possibilità di essere ascoltati. Una giovane donna intrappolata nella dipendenza economica, un adolescente senza prospettive e un autotrasportatore schiacciato dai costi non vivono la stessa esperienza; possono però riconoscersi in una società che distribuisce in modo diseguale risorse, potere e possibilità di scelta.
L’intersezionalità non mette le sofferenze in competizione: mostra come le disuguaglianze si combinino e si rafforzino. Impedisce, inoltre, di trasformare la rabbia in una guerra tra soggetti vulnerabili, mentre le responsabilità strutturali rimangono fuori campo. Perché il malessere non produce automaticamente solidarietà: può alimentare anche autoritarismo e ricerca di capri espiatori. Il conflitto va quindi ascoltato, non mitizzato; compreso, non romanticizzato; affrontato politicamente, non affidato esclusivamente alla gestione dell’ordine pubblico.
Non esiste una generazione interamente violenta, così come non esistono categorie sociali naturalmente inclini alla rivolta. Generalizzare significa ignorare le differenze e trasformare una questione collettiva in un difetto individuale. Significa rinunciare a comprendere perché proteste differenti convergano nella medesima insofferenza verso un futuro continuamente promesso e continuamente rinviato.
La democrazia non si misura soltanto dalla capacità di contenere il dissenso, ma da quella di trasformarlo in diritti, decisioni e redistribuzione delle risorse. Una società che sa reprimere la rabbia meglio di quanto sappia ascoltarla può ottenere piazze silenziose, senza per questo ricomporre le fratture che la attraversano. La domanda, allora, non è se dobbiamo avere paura della rabbia sociale, ma che cosa dovrebbe davvero temere una società incapace di offrire ai propri giovani e ai propri lavoratori valide ragioni per credere nel domani.
Perché il conflitto non nasce necessariamente da chi rompe l’ordine. Talvolta nasce da un ordine che ha già smesso di mantenere le proprie promesse. E la violenza più pericolosa, per una democrazia, potrebbe essere proprio quella di abituarsi a questa rottura, purché non faccia troppo rumore.
