Emfa, la grande incompiuta

La catena della violenza a reti unificate

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Sulla costruzione della violenza attraverso un ampio e diffuso ricorso agli strumenti mediali esiste una vasta letteratura, frutto di esperienze sul campo oltre che di analisi sociologiche. Negli anni Settanta del secolo scorso il dibattito e gli studi furono assai estesi ed accurati, ad esempio. Dopo la mattanza della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto in occasione del G8 nel 2001si ebbe una svolta drammatica nell’uso a fini repressivi dell’informazione dominante e dopo l’immediatamente successivo 11 settembre degli Stati uniti la spirale autoritaria si modellò in modo stabile. Le stagioni seguenti sono state largamente influenzate da un paradigma ossessivamente volto ad omologare il clima di opinione. Proprio nei primi anni del nuovo millennio si è intrecciata alla fisiologia assunta dai media classici l’evoluzione-involuzione della rete: dalla libertà immaginata dai cultori degli Internet studies si è arrivati alla dittatura degli algoritmi e al tecno-feudalesimo delle Big Tech. Le intelligenze artificiali non regolate stanno imprimendo un’ulteriore rottura nel e del sistema. Veniamo alla questione della violenza, che costituisce uno dei fili conduttori dei palinsesti nonché dei flussi continui di post e messaggi inesorabilmente viziati dalle logiche della cosiddetta post-verità, oltre che orientati verso i soggetti più esposti. La tradizionale televisione generalista, però, continua a fare la sua parte, come instancabile presenza nella fruizione quotidiana. Se la rete comprende da tempo versioni di social adibite all’organizzazione di forme svariate di contestazione dell’ordine costituito – dalle nobili cause alle degenerazioni talvolta inquietanti -, lo schermo casalingo moltiplica le dinamiche del consenso. Nelle ultime giornate è avvenuto un passaggio definitivo, varcando un punto di non ritorno. Si è intrecciata, infatti la forza della televisione con la capillarità dei social. La catena della violenza, con i suoi gradini oggetto di ricerche puntuali, ha trovato un tragico allargamento attraverso l’uso spregiudicato della comunicazione. Il caso di scuola fu lo scorso sabato 17 ottobre. Mentre a Roma si svolgeva una mobilitazione grandissima e appassionata promossa dalla Cgil insieme alla Via Maestra con una presenza alta di giovani generazioni, in altre città – da Milano, a Torino, a Bologna – vi erano incidenti piuttosto pesanti con episodi di reale guerriglia urbana. Lasciamo stare il rapporto quantitativo (a Roma sfilavano 100.000 persone), benché la cronaca ne debba ovviamente tenere conto. Soffermiamoci, invece, sul tratto distintivo dell’informazione resa dai telegiornali la sera dello stesso sabato 17. Gli scontri stavano in testa alle scalette in misure diverse ma in sostanza simili, mentre la manifestazione della Cgil entrava in scena dopo svariati minuti. La mediologia indaga sempre i tempi di attenzione, scemati ormai a pochissimi minuti. Vale a dire: una notizia e un servizio che arrivano a metà dell’edizione rischiano di avere un pubblico assai limitato. A offrire la prova peggiore è stato il Tg1, l’ex testata gloriosa spesso moderata e pur sempre credibile e professionale. Ora, a dispetto delle numerose qualità presenti nella redazione, la direzione della testata ha deciso di ergersi ad emblema di TeleMeloni. E già questo sarebbe sufficiente per esprimere un giudizio severo, trattandosi di un pezzo pregiato del servizio pubblico. Ma quel sabato evidenzia un risvolto ancor più grave: la rappresentazione debordante degli scontri privilegiata rispetto ad una notiziabilità equilibrata è un’ulteriore scintilla nella catena della violenza. Insomma, larghe componenti dell’informazione partecipano obiettivamente alla formazione di un clima in cui i violenti si vedono narcisisticamente rappresentati. Ciò significa sminuire, sottacere gli avvenimenti? No. Significa restituire il valore sociale ai media, per raccontare la realtà.


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