Bisogna stare attenti a non commettere due errori complementari: non minimizzare gli episodi negativi che hanno caratterizzato il 25 aprile e non ingigantirli. Non viviamo nel Regno dell’estremismo, dipinto strumentalmente da una certa stampa e dai soliti mestatori che con la sinistra non hanno nulla a che spartire, ma non viviamo nemmeno nel migliore dei mondi possibili, e nel momento in cui qualcuno spara a dei militanti anti-fascisti o definisce gli ebrei “saponette mancate” è bene fermarsi a riflettere, senza esagerazioni ma senza neanche far finta di niente.
Partiamo da un presupposto: il 25 aprile è sacro e va tutelato, al pari della Costituzione. Chi lo nega mette implicitamente in dubbio le fondamenta stesse della Repubblica nata dalla Resistenza al nazi-fascismo, dunque la nostra natura, la nostra essenza e ciò a cui non siamo e non saremo mai disposti a rinunciare. E i primi a capirlo sono stati proprio i giovani, gli stessi che hanno sommerso di NO il referendum meloniano sulla separazione delle carriere, gli stessi che hanno detto no alla cultura dell’umiliazione cara a buona parte di questo governo, specie quando colpisce gli ultimi, gli stessi che vorrebbero un lavoro di qualità e ben retribuito, una scuola in cui prevalga la cooperazione sulla competizione e una società in cui donne e uomini abbiano davvero pari opportunità e pari diritti. Vorrebbero, in poche parole, un mondo di pace e un’Unione Europea in grado di praticare davvero i valori di cui si riempie continuamente la bocca, anziché calpestarli e lasciarsi andare a un’orgia guerrafondaia che costituisce un insulto alla sua storia, alla sua tradizione e alle ragioni per cui è nata dopo le macerie lasciate dal secondo conflitto mondiale.
Per questo, a parer mio, è ancora più necessario salvare il 25 aprile da se stesso e farlo da sinistra. Non sarà, infatti, la destra, questa destra, a valorizzare un simbolo che palesemente non le appartiene; non sarà chi sfila di malavoglia all’Altare della Patria e scrive due frasi di circostanza perché proprio non può farne a meno; non sarà chi ancora sostiene che vadano equiparati i partigiani e i repubblichini di Salò, come se il doveroso rispetto per tutti i morti potesse far passare in secondo piano il fatto che gli uni combattevano per la democrazia e la liberra e gli altri al fianco dei nazisti; e non saranno nemmeno i sedicenti “moderati”, sempre pronti a onorare a parole le istituzioni repubblicane salvo poi allearsi, in maniera occulta o palese, con chi le offende con affermazioni e comportamenti che si commentano da soli. Dovranno essere le ragazze e i ragazzi che anche quest’anno abbiamo visto sfilare a migliaia in ogni angolo d’Italia. Loro ci sono e ci saranno: ripartiamo da qui, prendiamo esempio, ammiriamoli, osserviamoli in silenzio e apprezziamone lo spirito, il coraggio, l’entusiasmo, la passione politica e civile, la voglia di vivere e la travolgente forza d’animo.
Rendiamo omaggio ai caduti ma anche a chi si definisce partigiano oggi e combatte la propria resistenza: confro il precariato, contro le discriminazioni di ogni ordine e grado, contro il patriarcato, contro il maschilismo tossico, contro ogni forma di sopruso e di violenza. Guardiamo negli occhi questa meraviglia e lasciamoci contagiare dalla sua freschezza, senza dare giudizi, attribuire patenti né permetterci alcuna forma di paternalismo. Tuttavia, da fratelli maggiori, da genitori o da nonni, a seconda dell’età, poniamoci il problema di preservare questa straordinaria riserva costituzionale e repubblicana evitando che possa essere lordata dalle manifestazioni di inciviltà cui purtroppo abbiamo assistito anche quest’anno. Stiamo attenti perché la sfida contro i nuovi fascismi è tutt’altro che vinta: saranno pure indeboliti ma non sono ancora sconfitti, non solo in Italia, e più si vedono in difficoltà, più diventano feroci. Stiamo attenti a non illuderci di aver già vinto le prossime elezioni perché non è così. Stiamo attenti a non dare nulla per scontato, perché al referendum abbiamo prevalso proprio perché, a differenza loro, non abbiamo peccato di arroganza, oltre che perché esiste una generazione che considera la Costituzione un bene rifugio da preservare e possibilmente attuare a ogni livello.
E allora, dico da sinistra che per me il 25 aprile dovrebbe diventate la Festa della Liberazione e della Fratellanza fra i popoli. E non lo dico a caso: lo dico perché ho intervistato abbastanza partigiani e staffette e letto abbastanza libri per sapere che la generazione che ci ha restituito i valori che ci consentono oggi di vivere in pace, nonostante il mondo sia dilaniato dalle guerre, purtroppo se ne sta andando. Fra dieci anni, con ogni probabilità, i testimoni diretti di quella vicenda non ci saranno più e toccherà a noi portarne avanti l’esempio e gli insegnamenti. Non basterà più, quindi, parlare di lotta contro l’oppressione nazi-fascista, non basterà più cantare “Bella ciao”, non basteranno più luoghi iconici come Porta San Paolo a Roma o Casa Cervi a Gattatico, non basterà più una visita a via Tasso o alle Fosse Ardeatine, non basterà più nulla che abbia a che vedere con il nostro “secondo Risorgimento”, per utilizzare una splendida definizione di Ciampi, in quanto si sarà persa la voce di chi c’era e non basteranno più nemmeno le interviste riproposte, pur preziose, per restiruircela. Non a caso, quando il partigiano Enzo Biagi tornò in RAI, il 22 aprile 2007, dopo aver vinto la propria resistenza contro il berlusconismo, intitolò la prima puntata del suo Rotocalco Televisivo “Resistenza, Resistenze”, intervistando fra gli altri un giovane Roberto Saviano.
La Resistenza della sua gioventù e quelle contemporanee, la battaglia per un lavoro di qualità e la lotta contro la criminalità organizzata e i suoi tentacoli: tutto si tiene e tutto deve procedere a braccetto, soprattutto nel giorno in cui si ricorda il sacrificio di chi ha peeso la vita, spesso in maniera atroce, per consentirci di scrivere una Costituzione che non è retorico definire la più bella del mondo. Anche per questo, soprattutto per questo, forti della magia cui abbiamo assistito sabato scorso, non dobbiamo permettere che quei sorrisi si smarriscano, che quell’entusiasmo si spenga e che qualcuno possa mettere in discussione una ricorrenza che non parla solo di ieri ma, più che mai, di oggi e di domani. La Resistenza, difatti, è vita, impegno, bisogno di giustizia, ansia di libertà e profumo di pace. Portiamola pertanto nel futuro, dove peraltro l’hanno già collocata ragazze e ragazzi in questi mesi, sublimando i propri sentimenti nel giorno più bello dell’anno.
Quanto alle polemiche da salotto, alle fesserie dei soliti noti, alle strumentalizzazioni insulse e ai titoli che si commentano da soli, non ce ne preoccupiamo nemmeno. Ciò che le nuove generazioni stanno costruendo è troppo grande per perdere tempo con qualche black bloc da tastiera che, al massimo, esiste davanti a una telecamera, salvo poi dissolversi nel mondo reale. Non meritano risposta e non ne avranno. Ogni sforzo dev’essere, invece, orientato a costruire un’alternativa a questa destra: per non lasciare la sinistra sotto le macerie, come ci chiese Alfredo Reichlin prima di andarsene, e perché nessuno debba mai più vedere i suoi sogni e le sue speranze annegati nella palude delle larghe intese, ossia nel compromesso al ribasso che conduce, inesorabilmente, alla negazione della politica e della sua bellezza.
