Giornalismo sotto attacco in Italia

Marianna Aprile , La Promessa, Rizzoli 2026

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“Io non sono una storica … Faccio la giornalista. Quindi più che un libro di Storia avete tra le mani un libro di storie, le tante che per le più svariate ragioni hanno catturato la mia attenzione in anni di letture e studio. Ma anche quelle  scoperte per caso o cercate con tigna”. Questo dichiara Marianna Aprile in premessa al libro “La Promessa. Dal suffragio femminile alla prima donna a palazzo Chigi, storia di una rivoluzione incompleta”, un libro che dialoga con il passato e con il futuro ed è dotato di un ricco apparato iconografico con foto storiche, manifesti e vignette satiriche d’epoca. Nato con l’intento di celebrare l’Ottantesimo anniversario del diritto di voto per le donne, è una lunga, ma agile cavalcata dai miti greci ai giorni nostri, attraverso  storie di donne che hanno provato a prendere la parola, a lasciare un segno per sé e per le altre e giunge all’oggi per fare un bilancio di ciò che è rimasto incompleto delle speranze e delle promesse di quelle donne, fino a lasciare intravvedere la strada che ancora dobbiamo percorrere. La lunga lotta per il suffragio femminile in Italia non è abbastanza conosciuta e bene ha fatto Marianna Aprile a ricordare come  già nell’Italia postunitaria nel 1865 la prima legge sul voto amministrativo escludesse le donne dal voto. Ma come dice l’autrice, nella storia le donne hanno avuto talvolta degli alleati e ricorda Salvatore Morelli, il cosiddetto “deputato delle donne”, che nel 1867 propone una legge “per l’integrazione giuridica delle donne e per  il riconoscimento dei loro diritti civili e politici”; Il Parlamento però non ammette la proposta di Morelli nemmeno alla lettura.

Nella lotta per il voto si battono instancabilmente donne più note come  Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni, ma Aprile non dimentica la straordinaria vicenda delle dieci maestre marchigiane che si iscrivono nel 1906 nelle liste elettorali per le elezioni amministrative ad Ancona, vicenda  ricostruita anche nel bel romanzo di Maria Rosa Cutrufelli “Il giudice delle donne” (2016). Contro un primo parere della corte provinciale favorevole  alle maestre, viene presentato un  ricorso  dal procuratore del re Nicola Marracino, ma viene respinto dal giudice Lodovico Mortara, uno dei più apprezzati giuristi italiani, che con la sua sentenza sancisce il diritto di quelle dieci donne di stare nelle liste elettorali. Tuttavia la lotta non è finita e una sentenza della Corte di Cassazione cancellerà quel diritto acquisito per soli sei mesi, nei quali non si  sono svolte elezioni, per cui non potrà essere esercitato dalle dieci maestre prima che venga definitivamente cancellato.  La narrazione prosegue in ordine cronologico senza tralasciare il continuo lavoro politico e le numerose iniziative delle donne, ma per le italiane “i veri acceleratori sulla strada dei diritti  sono la Prima e la Seconda guerra mondiale. E soprattutto la Resistenza”. Se la Grande guerra è per le donne l’occasione di entrare massicciamente nel mondo del lavoro, con la seconda guerra mondiale e la Resistenza le donne combattono.

L’autrice ricorda i numeri : oltre 70.000 le italiane che  si uniscono alla lotta partigiana, circa  35.000 le combattenti, più di 46.000 arrestate, torturate, subiscono condanne, 623 fucilate o cadute in combattimento, più di 3000 deportate. Ma ricorda anche  che la lotta delle donne è stata una resistenza diffusa, informale, che a volte agisce in gruppo senza essere ancora un gruppo e soprattutto che il racconto della Resistenza è stato inizialmente una narrazione maschile. Bisogna arrivare al libro spartiacque di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina La Resistenza taciuta perché  ci si interroghi veramente sul “contributo” delle donne , su come loro abbiano vissuto quel nuovo ruolo, come si siano confrontate tra loro e con gli uomini e come abbiano cercato di consolidare la nuova posizione nei mesi decisivi per arrivare alla Repubblica. Fondamentale per la formazione politica delle donne  è la fase che inizia  dal 1943 con la fondazione da parte del CNL dei Gruppi di Difesa della Donna, associazione femminile unitaria e di massa, prosegue con la diffusione prima clandestina, poi dal ’44 fuori dalla clandestinità, del  giornale “Noi donne” e con la costituzione dell’Unione  donne italiane (Udi). Intanto l’autrice intesse nel racconto  piccole biografie di Mirella Alloisio, la partigiana Rossella, di Gisella Floreanini e altre.  Inoltre, contributo interessante, non tralascia nemmeno di parlarci delle donne rimaste fedeli al fascismo anche dopo la caduta del Duce, anch’esse a lungo ignorate dalla storiografia per ragioni diverse da quelle delle partigiane. Si tratta della generalessa contessa Piera Gatteschi  Fondelli che fonda nel 1944 il Servizio ausiliario femminile (Saf), corpo militare femminile, regolarmente  sottoposto al codice militare di guerra,  che non avrebbe dovuto mai combattere, ma avere solo un ruolo  ausiliario; diversa la vicenda delle donne della Saf decima, guidate da Fede Arnaud Poceck, che combattono accanto agli uomini della decima Mas.  Durante la Resistenza le donne devono condurre però due battaglie parallele. Non solo quella per la liberazione del Paese,  ma devono  riprendere la lotta per il diritto di voto. Il 25 ottobre 1944 si costituisce un’alleanza trasversale tra le donne dei partiti antifascisti che crea Il Comitato pro voto. Il suo primo impegno  è inviare al CNL un promemoria  con la richiesta di far pressione sul governo perché riconosca subito il  suffragio femminile. Sarà necessaria una lotta dura per superare pregiudizi e ostacoli di vario genere in cui le donne dovranno agire ancora per gradi, tanto che nella prima petizione nazionale promossa dall’Udi si richiede solo il diritto di voto e di eleggibilità per le vicine elezioni amministrative. Il  decreto luogotenenziale  Bonomi del 1° febbraio 1945 riconosce per le donne il diritto di voto solo attivo e solo per le amministrative. Finalmente  un anno dopo, il 10 marzo 1946, verrà riconosciuto alle donne il diritto di voto anche passivo e anche per le elezioni politiche.

Le prime donne a entrare in un’aula parlamentare saranno le 14 consultrici, su un totale di oltre 400 consultori, democristiane, comuniste, socialiste, liberali, azioniste, che entrano nella Consulta nazionale, un organo di transizione nella fase postfascista, un  “Parlamento provvisorio” , in carica fino al referendum e  all’elezione della Costituente nel giugno del 1946.  La prima prova alle urne per le donne saranno le amministrative in diverse tornate tra il marzo e l’aprile 1946, con un’alta affluenza delle donne, pari quasi a quella degli uomini. Ma le elette nei consigli comunali sono solo poco più di 2000 e le sindache una decina. L’autrice ci consegna brevi appassionanti biografie di queste sindache intrepide, alcune delle quali maestre, come le coraggiose maestre marchigiane del 1906, così come le insegnanti saranno le più rappresentate anche tra le costituenti. Centrale nel testo è la vicenda delle ventuno costituenti, di cui nove democristiane, nove comuniste, due socialiste, una rappresentante del partito dell’uomo qualunque.  La scrittrice ci descrive i momenti carichi di emozione del loro insediamento  e il peso degli sguardi degli uomini su di loro anche attraverso le cronache dei giornali dell’epoca, che si soffermano ampiamente sulle loro acconciature e il loro abbigliamento. Superati rapidamente i primi disagi anche pratici, come per esempio compilare la scheda anagrafica al rigo che chiede di indicare “Cognome e nome della moglie”, emergono personalità forti e sicure, che non si fanno intimidire nella lotta politica.  Solo cinque donne, Nilde Iotti, Angela Gotelli, Lina Merlin, Teresa Noce, Maria Federici fanno parte della Commissione dei  settantacinque, che ha il delicato compito di scrivere materialmente la Carta, da sottoporre  parola per parola all’ Assemblea. Fondamentali sono gli interventi delle costituenti per limare anche solo con poche parole dirimenti articoli come l’art. 3:  “Nessuna ambiguità sessista , in nessun articolo, in nessuna parola della Carta costituzionale” ammonisce in aula Teresa Mattei.

E ancora combattono sull’art. 29, per l’uguaglianza all’interno della famiglia e sull’art. 37 che mette in relazione il lavoro delle donne e la loro funzione familiare. Certo dovettero anche accettare dei compromessi, ma sempre salvaguardando quell’uguaglianza per cui avevano tanto combattuto. “E’ questa forse la loro principale vittoria – commenta l’autrice – di certo la più fertile, se si considera che le leggi dal 1948 in poi la allargheranno e la consolideranno, e quei diritti, ottenuti cesellando ogni parola, troveranno ragione e protezione proprio in quei testi così sofferti”. Tutto ciò ha reso possibile la fertile stagione delle conquiste sociali e politiche tra gli anni Sessanta e gli anni  Settanta per le donne e per il Paese: l’accesso delle donne alla magistratura, il divorzio (1970), l’aborto  e l’istituzione del Servizio sanitario Nazionale (1978),lo Statuto dei Lavoratori (1970),  la riforma  diritto di famiglia (1975). Fondamentale è stata la spinta dell’onda montante delle proteste dei giovani del Sessantotto e le mobilitazioni nelle piazze di operai e braccianti. Sboccia anche “ l’imprevista” stagione politica delle donne con il femminismo, di cui l’autrice, con penna felice, ci restituisce la temperie, anche con interviste significative come quella a Lidia Ravera, autrice del libro la cui lettura al tempo è stata imprescindibile “Porci con le ali”. Aprile segue anche l’evoluzione della destra con la nascita del Msi e il movimento culturale “metapolitico” della Nuova destra, dalla cui galassia nel 1976 nasce “Eowyn- Alternative femminili”, rivista che viene pubblicata fino al 1982 e trova grande diffusione tra le giovani di Fronte della Gioventù, Msi, Ordine Nuovo .

L’ultima  parte del libro fotografa, anche con l’aiuto di dati statistici, l’attuale situazione politica e sociale del Paese e in particolare quella delle donne. Nonostante l’innegabile fatto nuovo di avere due donne, Meloni e Schlein, che guidano governo e opposizione, l’autrice mette in evidenza i ritardi e le carenze nelle leggi e nell’evoluzione sociale che rendono in parte incompiute le tacite promesse delle tante donne che hanno lottato e in particolare delle ventuno costituenti. Allarmante è il dato elettorale di una certa disaffezione politica delle donne dall’età tra i 25-34 e che aumenta nelle età successive. Ma Aprile vuole terminare con una nota di speranza guardando alle molte giovani, più attive nell’associazionismo e nella partecipazione politica “invisibile”, al cui operato guarda come a “Un’attesa operosa del momento in cui le leadership femminili saranno costruite a partire da un progetto che le donne le includa davvero, con tutte le loro specificità”.


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