Giornalismo sotto attacco in Italia

Accendere i fuochi: se la gentilezza diventa un atto di resistenza partigiana

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In un’epoca segnata da una complessità che spesso scivola nel caos, e in un clima sociale dove il linguaggio pubblico sembra aver smarrito il senso della misura e della verità, l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, “Accendere i fuochi. Manuale di lotta e gentilezza” edito Mondadori (120pp., 14,50 Euro), si presenta come un necessario manuale di autodifesa intellettuale. Destinato idealmente ai ragazzi che si affacciano oggi a un mondo frammentato e privo di bussole certe, il volume non è però un semplice vademecum di buone maniere, ma un vero e proprio atto di resistenza civile che affonda le sue radici in una delle lezioni più dure e necessarie del nostro Novecento. Il richiamo che attraversa come un filo rosso tutta la narrazione è quello di Antonio Gramsci e del suo celebre grido contro l’indifferenza. Carofiglio recupera quella “partigianeria” gramsciana intesa come dovere di prendere posizione, ricordandoci che l’indifferenza non è solo assenza di azione ma costituisce il “peso morto della storia” che permette all’ingiustizia di proliferare. In questo contesto storico, dove la partecipazione politica è spesso sostituita da una passività digitale o da un cinismo rinunciatario, l’autore esorta i giovani a non diventare spettatori della propria vita, ma a trasformarsi in fuochi capaci di squarciare il buio del conformismo.

Questa chiamata alla responsabilità si intreccia inevitabilmente con la lezione di Don Milani e la sua idea di un’obbedienza che smette di essere virtù quando diventa accondiscendenza verso il sopruso. Carofiglio traduce questi concetti nel presente, spiegando che accendere un fuoco significa oggi praticare un’attenzione rivoluzionaria verso l’altro, vedere l’invisibile e dare peso alle parole che usiamo. Il linguaggio, in questa prospettiva, diventa lo strumento primario di una lotta che l’autore definisce “gentile”, non perché priva di forza, ma perché fondata sul coraggio dell’ascolto e sul rifiuto dello slogan. È una politica della cura e della dignità che si oppone radicalmente a quel “marcio” istituzionalizzato descritto nei suoi romanzi e che qui viene analizzato sotto una lente saggistica. La non-indifferenza non è dunque un peso o un obbligo cupo, ma l’unica forma possibile di libertà in una società che vorrebbe i cittadini ridotti a consumatori passivi di realtà precostituite.

Navigando tra etica e impegno civile, il testo si trasforma in un invito a riabitare la città e le istituzioni con uno spirito nuovo, dove il dubbio metodico sostituisce le certezze incrollabili e la solidarietà diventa una pratica quotidiana di cittadinanza attiva. Non c’è spazio per il disimpegno: Carofiglio ci ricorda che ogni volta che distogliamo lo sguardo o accettiamo una semplificazione colpevole, stiamo rinunciando a un pezzo della nostra democrazia. “Accendere i fuochi” diventa così un manifesto per una gioventù che deve trovare il coraggio di disobbedire alle dinamiche dell’odio per riscoprire il valore profondo del confronto umano. È un libro denso, che non fa sconti e che chiede al lettore — giovane o meno che sia — di scegliere da che parte stare, consapevole che il fuoco della coscienza è l’unica protezione reale contro il gelo di una società che ha smesso di sentire, di capire e, soprattutto, di partecipare.

 


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