Qualche giorno fa si è tenuto a Roma un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, organizzato dall’associazione italiana dei giornalisti-videomaker (GVpress). L’iniziativa ha inteso protestare contro il rischio che possa diventare definitiva la condanna di Fabio Butera al risarcimento di 33mila euro per non avere rimosso dei post dalla sua pagina Facebook, considerati offensivi da un collega del Giornale di Vicenza in merito ad un articolo su alcuni richiedenti asilo.
Sul caso è intervenuta la stessa federazione della stampa. Dove sta l’aspetto che più colpisce? Il giudice aveva ritenuto legittimo ciò che Butera aveva scritto nel post. A causa della mancata rimozione dei commenti si comminava, però, la suddetta multa. La Corte di Cassazione sembrerebbe vicina a una decisione definitiva. Intendiamoci. Nella recente disputa referendaria è stato giusto e sacrosanto difendere l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Ciò vale sempre, trattandosi di un chiarissimo principio costituzionale.
Ma, proprio per questo, è indispensabile esercitare il diritto di critica.
Del resto, con argomenti assai precisi è intervenuta l’Associazione europea Articolo 19 (numero riferito al Trattato sul funzionamento dell’Unione europea), che è componente del consorzio Media Freedom Rapid Response (Mfrr). Insomma, gli indirizzi che vengono dalle parti di Bruxelles sembrerebbero diversi rispetto a quanto sta accadendo in Italia. Tra l’altro, il Digital Services Act (Dsa) -ovvero il Regolamento della Ue che tratta anche delle responsabilità nell’ambiente della rete- mette in capo ai provider la responsabilità della cosiddetta moderazione.
Un conto sono gli apparati di cui dispongono le Big Tech o le competenti autorità di garanzia, un altro le possibilità di un singolo, alle prese magari con enormi quantità di commenti. Difficilmente un pur meticolosissimo gestore di una pagina di Facebook è in grado di operare un controllo puntuale e diuturno, non avendo l’età digitale né tempo né spazio.
Non solo. L’immenso panorama della rete è pieno di buchi sotto il profilo delle regole. Ad esempio, malgrado le indicazioni e la moral suasion dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), su Facebook avviene di tutto. Per esempio, nei giorni del silenzio elettorale quest’ultimo è impunemente violato e chi trasgredisce non è colpito neppure da una contravvenzione. E si potrebbe andare avanti a lungo nella casistica dei peccati, palesi o occulti. Non dimentichiamo l’attualissimo caso ci Cambridge Analytica, con la profilazione delle utenze e il mercato dei dati personali. La metafora della pagliuzza e della trave torna sempre in mente.
Il rischio, in attesa di una normativa moderna ed efficace, è che si crei un precedente, con le conseguenze giurisprudenziali di una sentenza. Nel rispetto delle scelte della Suprema Corte, ci auguriamo che ci si pensi un momento, onde evitare una punizione discutibile.
Ciò non significa avere simpatie verso l’anarco-liberismo che ha connotato la rete nella sua fase iniziale. Quel sogno è diventato poi l’incubo delle piattaforme e del capitalismo della sorveglianza.
Se è urgentissimo riprendere con assoluta determinazione il filo della normazione sul piano italiano ed europeo, è auspicabile che non si frapponga un punto di non ritorno.
Si tratta di un capitolo cruciale, soprattutto ora che già rullano i tamburi delle prossime elezioni, in cui la rete avrà un ruolo e un peso determinanti.
La storia di Fabio Butera va letta pure attraverso il grandangolo dell’infosfera, dove l’ordine degli addendi cambia e l’approccio tipico dell’età analogica -mettendo sullo stesso piano una testata e una pagina social- rischia di portare fuori strada.
Con fiducia, vista la sapienza della Cassazione, attendiamo gli esiti del processo e speriamo che tante voci si levino a tutela di un passaggio a nord-ovest che le tecniche ci impongono con le loro sintassi.
PS: che fine ha fatto la discussione sulla riforma della Rai, oggi in uno stato di pre-infrazione comunitaria, dopo l’entrata in vigore dell’European Media Freedom Act?
