Va bene tutto, ma se ad aprile il servizio pubblico manda in onda “Sister Act”, film del ’92 con Whoopy Goldberg che un tempo costituiva la pietra miliare della programmazione natalizia o di quella agostana, significa che la crisi della RAI ormai è visibile a occhio nudo anche ai non addetti ai lavori. Non va meglio altrove, dove continua a imperversare il legal drama di Garlasco (per quanto uno degli avvocati coinvolti nella vicenda si sia espresso pubblicamente per il NO al referendum sulla giustizia) o non si trova di meglio che affidarsi al ritorno de “I Cesaroni” (la famiglia della Garbatella che vive e opera su Canale 5) o alle repliche della pur splendida trasmissione di Corrado Augias, che tuttavia abbiamo visto tutte e tutti con grande piacere fino a poche settimane fa. Se a ciò aggiungiamo il disastro in cui versa il mondo del cinema, con le pellicole italiane escluse sia dal Festival di Berlino che da quello di Cannes, si comprende alla perfezione lo stato pietoso in cui questa destra ha ridotto il Paese.
Ne abbiamo passate tante e abbiamo discusso e litigato con personaggi di ogni risma. Non c’è dubbio, però, che persino ai tempi del berlusconismo arrembante, quando alla guida di Rai Fiction era stato posto Agostino Saccà, andassero in onda capolavori a ripetizione: da “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana alle serie dedicate a Bartali e al Grande Torino, fino a “Le ragazze di San Frediano”, sceneggiato tratto dal romanzo di Vasco Pratolini. Potremmo citare tanti altri titoli: evitiamo solo per non sembrare dei fan del suddetto Saccà, cui riconosciamo alcune indiscutibili virtù ma del quale abbiamo messo apertamente in discussione, a suo tempo, l’operato (vedasi alla voce “il Fatto di Enzo Biagi”). Onestà intellettuale ci impone, comunque, di dire la verità, e la verità è che quella era sì una stagione tragica, caratterizzata da censure e bavagli, dalla cacciata di personalità che avevano scritto la storia della televisione italiana e dalla loro sostituzione con soggetti che preferiamo non menzionare nemmeno, ma non si era giunti al punto di dover rispolverare “Canzonissima”, affidata alla sapienza catodica di Milly Carlucci, per mandare in onda qualcosa di guardabile. Allo stesso modo, assistiamo con sgomento alla povertà di idee che regna un po’ dappertutto, tra format stantii, programmi d’approfondimento che durano fino a notte fonda, la scomparsa della seconda serata, denunciata persino da un agente del calibro di Lucio Presta, e un vuoto che grida e condanna quella che è stata la Patria di Fellini e Visconti a una mesta retrocessione in Serie B. Lo ha affermato, senza remore, la bravissima Matilda De Angelis, a breve protagonista su Netflix de “La legge di Lidia Poët”, ispirata alla vera storia della prima avvocata italiana: un altro argomento che ai tempi di Saccà, ma anche di Stefano Munafò e di altri personaggi con cui abbiamo avuto una sintonia decisamente maggiore, sarebbe stato appannaggio del servizio pubblico e che invece adesso è costretto ad accasarsi sulla regina delle piattaforme, cui per questo ci verrebbe quasi voglia di perdonare la possibile realizzazione di un film dedicato alla famiglia nel bosco.
Battute a parte, così l’Italia svanisce. Viene meno la sua unicità, il suo genio, la sua grandezza, vengono meno le ragioni per cui in anni ormai remoti Cinecittà era chiamata la “Hollywood sul Tevere” e viene meno persino la magia di un settore che costituisce il termometro del nostro stato di salute. E il responso, duole dirlo, è amarissimo.
In conclusione, rivolgiamo un appello affinché siano risparmiati dalla scure dei tagli indiscriminati almeno gli archivi: sentinelle della memoria nonché custodi di opere preziose e valori imprescindibili. Se a causa della furia ideologica di una destra incapace di produrre una propria egemonia culturale e animata solo da uno spirito di vendetta dovessimo, infatti, perdere anche questo patrimonio, potremmo abbassare la saracinesca e andarcene a casa. Il trumpismo è anche e soprattutto questo, e ora che è ferito è ancora più pericoloso.
