Il giornalismo serve ad illuminare spazi bui. Intervista alla tutor Francesca Mannocchi

0 0

Francesca Mannocchi é nella squadra dei tutor di questa decima edizione.
Giornalista freelance che da anni si occupa di conflitti in medio oriente e migrazione, scrive per L’Espresso e collabora con numerose testate, italiane e internazionali. In questa intervista capiamo la sua idea di giornalismo e come supporterà i nostri finalisti.

  • Perché ha accettato il ruolo di tutor del Premio Morrione? Che cosa significa per Lei?

È insieme un grande onore e una grande responsabilità essere tutor del Premio Morrione. Per l’esempio che Roberto Morrione rappresenta per tutti noi, la postura, il garbo, la tenacia. Proprio per tutte queste caratteristiche che Morrione incarnava e dimostrava attraverso il suo lavoro, questo Premio gli corrisponde, corrisponde alla sua biografia. Alla fiducia riposta nel futuro. E il futuro del giornalismo sono i progetti dei ragazzi che si affacciano a questo mestiere.

  • Cosa si aspetta dal giovane under30 che seguirà nella realizzazione dell’inchiesta? 

Mi aspetto che sappia, sappiano, accettare il convitato di pietra della professionelo stupore di essere contraddetti dalla realtà. Trovarsi cioè di fronte al fatto che le storie sono diverse da come le avevamo immaginate dando un titolo al nostro progetto, su carta, e trovino la curiosità di raccontare la storia imprevista che hanno trovato sul cammino.

  • Quando ha capito che il giornalismo sarebbe stato il suo mestiere?

Ho sempre desiderato fare questo mestiere. Dai tempi dei primi anni di liceo. All’università, poi, sono stata fortunata. Iniziai per caso uno stage in un piccolo canale satellitare dove a condurre erano arrivati giornalisti di Sciuscià, la trasmissione di Santoro, che era stata chiusa. Imparai osservando. I giornalisti, i filmaker, i montatori. Imparare osservando è una delle mie regole da allora. Alla fine dello stage arrivò il primo contratto per una stagione. Era il 2005.

4) Quale consiglio su tutti si sente di dare agli under30 che realizzeranno il progetto d’inchiesta insieme a Lei?

Mi sento di dire loro che il nostro mestiere serve a illuminare spazi buiE a volte per fare luce ci vuole tanto tempo. Questo lavoro è una tessitura di pazienza e dell’artigianato delle parole, degli indizi, e anche – ricordiamolo – dei fallimenti, delle piste sbagliate. Direi loro che bisogna sapersi correggere, fermarsi un turno. Se serve ripartire dal via. E che, soprattutto, questo lavoro – mai come in questi anni – deve essere uno sforzo corale.

  • C’è un’inchiesta che considera un esempio da seguire? Quale e perché?

Per chi vuole fare televisione le inchieste di Michele Santoro restano una scuola. Ricordo Samarcanda, Sciuscià. Quaranta, cinquanta minuti di inchiesta sociale che erano il frutto di tre mesi di lavoro non di uno ma di una squadra di inviati. La cura delle fonti, la perizia nel sapere cucire le immagini, le storie, le musiche alla forza dell’inchiesta.

  • Che libro consiglierebbe di leggere a chi vuole fare del giornalismo il proprio mestiere?

Consiglierei di avere sempre, durante i viaggi di lavoro, un libro che non sia un libro sul giornalismo. Che sia un libro di poesie, una favola per bambini. Qualcosa che coltivi uno sguardo sul mondo che non sia rigido, ma il più possibile puro come quello dei più piccoli. Come Pezzettino, di Leo Lionni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.