Ambasciatore Attanasio, un delitto dimenticato?

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Riflettori accesi per qualche giorno; poi zac! Cala il sipario… Eppure, dopo la commozione, l’esecrazione, i funerali di Stato, gli interrogativi sono tutti lì, irrisolti. Chi, come, perché sono stati uccisi l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci, l’autista Mustapha Milambo Baguna, mentre inermi transitavano in quella che è una delle strade più pericolose del Nord Kivu, in Congo?

Anche la successiva notizia, l’uccisione del maggiore William Mwilanya Asani: è stata data frettolosamente, come “atto dovuto”, presto archiviata. Nessuna vocazione alla dietrologia; colpisce tuttavia che il maggiore Asani sia stato assassinato vicino al villaggio di Katale, a qualche chilometro da dove i tre sono stati ammazzati; e al ritorno da Goma, terminati una serie di incontri con altri investigatori.

Per qualche giorno si sono alimentate mille ipotesi, pochi i punti fermi. Si è subito “sparata” la notizia che Attanasio aveva chiesto il rinforzo della scorta, che gli era stato negato. Successivamente si è saputo che la richiesta risaliva a tre anni prima. Nulla a che vedere con il viaggio in questione.

Poi si sono letti titoli come: “Il mio Luca è stato tradito da qualcuno molto vicino”. Affermazione attribuita alla moglie del diplomatico, la signora Zakia Seddiki. Se ci si dà pena di leggere bene l’intervista, ci si rende conto che il titolo, come spesso accade, è forzato. Alla domanda se abbia qualche sospetto, la signora Seddiki risponde: «No, saranno le indagini ad accertare cosa è accaduto nella foresta…L’unica risposta che mi sono data, e che posso dare, è che qualcuno che conosceva i suoi spostamenti ha parlato, lo ha venduto e lo ha tradito. Mentre io ho perso l’amore della mia vita».

Si tratta di un dubbio, un ragionamento. Il titolo, virgolettato, fa intendere ben altro. Per quel che riguarda timori circa la propria incolumità, la signora Seddiki risponde: «Non ne avevamo motivo. Anzi, la nostra vita fino a quella mattina è andata avanti senza nessuna avvisaglia. Però è vero: Luca aveva chiesto una nuova macchina. Perché quella che era a disposizione in ambasciata, aveva avuto alcuni problemi meccanici. Quindi non c’è nessuna relazione con ciò che è accaduto quella terribile mattina».

Deve trascorrere qualche giorno prima che Maurizio Caprara, sul “Corriere della Sera”, metta in ordine le tessere di questo complicato mosaico. Non un complotto, ma tanta sciatteria. A garantire la sicurezza avrebbe dovuto provvedere il PAM (Programma Alimentare Mondiale) agenzia che fa capo all’ONU: «L’agenzia disse a Luca che avrebbero garantito la sicurezza di quel viaggio. Si è fidato e non l’hanno fatto».

E il presunto tradimento? «È stato tradito», dice la signora Seddiki, «nel senso che chi ha organizzato sapeva che la sicurezza non era nella misura adeguata per proteggere lui e le persone con lui…Non hanno fatto quello che va fatto per una zona a rischio. Sicuramente dentro il PAM qualcuno sapeva che la scorta non era efficace». Caprara insiste: quindi non c’entra qualcuno vicino alla famiglia? «No, macché vicino alla nostra famiglia. No».

Fine? No. Nigrizia è un mensile dei missionari comboniani dedicato al continente africano e agli africani nel mondo. Pubblica una dettagliata inchiesta firmata dal direttore, padre Filippo Ivardi Ganapini. Per evidenti motivi può contare su testimonianze e informazioni di prima mano, raccolte sul “campo”.

Attanasio viene così descritto: «Non si accontentava del lavoro diplomatico ma sosteneva progetti umanitari e di sviluppo legati al mondo missionario e delle organizzazioni umanitarie…negli ambienti diplomatici era inviso perché voleva andare in fondo alle cose, soprattutto quando si trattava della solidarietà verso i più sofferenti».

Ancora: «Attanasio voleva toccare con mano le destinazioni dei fondi per gli aiuti umanitari, non raramente dirottati su altre finalità da ONG e organizzazioni internazionali e soprattutto era in possesso di informazioni scomode sui massacri nella zona. Le sue visite regolari all’ospedale di Panzi per incontrare il dottor Mukwege – premio Nobel per la pace 2018 e strenuo difensore delle vittime innocenti al punto di chiedere un Tribunale penale internazionale per la Repubblica Democratica del Congo – destavano sospetti ai livelli alti».

Padre Ivardi Ganapini racconta che fonti rwandesi, verificate nel dettaglio e confermate da diversi congolesi, «invitano a guardare oltre confine, verso il vicino Rwanda e si spingono ad affermare che l’ambasciatore è stato assassinato nell’operazione “Milano”, preparata nella guarnigione marina di Butotori dal colonnello Jean Claude Rusimbi, ex militare nella rivolta guidata da Laurent Nkunda, signore della guerra indagato dalla corte internazionale per crimini contro l’umanità, oggi uno dei responsabili dell’intelligence rwandese nella regione militare del Nord Kivu».

È da credere che padre Ivardi Ganapini abbia ben soppesato le parole, prima di dare alle stampe la sua inchiesta; se scrive quello che scrive, non si basa solo su ragionamenti e supposizioni. Deve avere elementi concreti. Compito di chi a palazzo di giustizia di Roma ha aperto un fascicolo sulla vicenda, accertare come stanno le cose.

Di sicuro non si può fare finta di nulla. Questa storia non deve finire nel dimenticatoio. Proprio per onorare la fiducia che la signora Seddiki nutre per il nostro Paese: «All’Italia sarò sempre grata. Chiedo di rispettare Luca. Rispettiamolo, si rispetti il nostro dolore. Lo dico a chi vuole solo scrivere per scrivere, senza avere informazioni, o cambiare mie parole per dare un altro senso. Chiedo rispetto. Rispetto per una persona che amava il suo Paese».

 

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