Alessandro Gilioli nuovo direttore di Radio Popolare. “Ho scelto il mezzo più libero e autonomo che ci sia”

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Dal 1° gennaio Radio Popolare ha un nuovo direttore: è Alessandro Gilioli, che lascia la vicedirezione dell’Espresso, per ritornare dove ha mosso i primi passi da giornalista.

«Ero un pischello, ho respirato una brezza di valori civili che mi è sempre piaciuta. Anche se da lontano è continuata quella comunanza valoriale, civile e politica». 

È quindi un ritorno al nido?
«Naa. La considero la conclusione fertile di una parabola professionale. Se vuoi una battaglia civile e politica che nei media mainstream è sempre più difficile. E poi vorrei costruire una radio più robusta per il futuro».

Diventare direttore di Radio Popolare non è una passeggiata, semplificando un po’ significa superare tre diversi esami. Primo step la Cooperativa che detiene la maggioranza della società e che ha come soci i fondatori, “vecchie glorie”, lavoratori e collaboratori; poi il candidato direttore deve passare al vaglio di Errepi SpA, che è la società che gestisce Radio Popolare; infine il voto vincolante di tutti i lavoratori. Può sembrare un videogioco alla Pac-Man, ma era stato elaborato molti anni fa per assicurare democraticità e compattezza. E che Radio Popolare sia un unicum ne è convinto il nuovo direttore.

«Radiopop è il medium più libero e autonomo che ci sia, non è coinvolta in nessun conflitto di interessi economico o politico. E poi il mezzo radiofonico è straordinario. Quando vado in tv si ricordano al massimo del colore dei miei calzini, se parlo alla radio si ricordano quello che ho detto. Segno che il confronto di idee che si può fare in radio ha un impatto più interessante di quello che avviene in televisione, dove tutto è spettacolarizzato». 

Quindi è anche un riconoscimento delle “sette vite” del mezzo radiofonico?
«La radio ha due potenzialità: racconta bene il “qui ed ora”, maneggia le hard news e contemporaneamente è adatta alla narrazione. Il boom mondiale dei podcast – che potrebbero essere considerati una forma di radio on demand – dimostra che alla radio riesce una forma di giornalismo narrativo che carta stampata e televisione faticano a fare». 

Alessandro Gilioli coglie nel segno. L’ascesa dei podcast sembra aver contribuito a mantenere una vitalità della radio, a dispetto di tutti coloro che da una settantina d’anni ne vaticinano la scomparsa. Tutto sommato i dati più recenti confermano che in Italia più di 30 milioni di persone ogni giorno accendono la radio. La grande sfida del mezzo radiofonico – come della carta stampata e della tv – è raggiungere le giovani generazioni. Un problemino non da poco anche per Radio Popolare.

 «Vorrei una radio più calda, interattiva, in dialogo con gli ascoltatori, aperta ai corpi sociali. Partirei con un maggiore engagement della radio con i social: qui ci sono ritardi da colmare. Per allargare la comunità verso i giovani, il podcast potrebbe essere uno strumento. Vorrei un’identità culturale e politica più definita. Non una radio estremista ma lontana dal cicaleccio e dalle notizie mainstream. Occorre essere presenti nel territorio e saper utilizzare le nuove tecnologie. E all’interno di Radiopop c’è bisogno di ringiovanire e ridurre il gender gap».

Nel tuo piano editoriale parlavi di Radio Popolare ripiegata su sé stessa, che si accontenta di piacere alla propria comunità di ascoltatori…
«Direi che Radiopop ha una comunità che può allargarsi, pur rimanendo nei confini segnati dalla sua Dichiarazione d’Intenti. E questo non significa snaturarla, anzi, significa rafforzarla. Sono convinto che altre persone potrebbero farne parte. Non lo fanno solo perché non la conoscono, non perché non si riconoscono». 

La fai facile. Invece ogni cambiamento può allontanare ascoltatori che si riconoscevano in una certa visione della società?
«Dare voce a chi non ce l’ha è la missione più importante di Radio Popolare. Occorre rivitalizzarla, perché è stata offuscata dalle mille emergenze vissute. Radiopop dev’essere nei conflitti sociali. Deve essere un punto di riferimento della sinistra orfana dei partiti. Fateci caso: contro i provvedimenti razzisti e fascisti di Salvini i primi a muoversi sono state le associazioni, le ONG, i corpi sociali. Io vorrei che Radio Popolare diventasse l’hub di riferimento per questa sinistra».

In questa crisi epocale il ruolo del giornalista sembra fortemente messo in discussione. Screditato perché vicino ai centri di potere o perché fomentatore di fake-news. Tra credibilità in calo dell’informazione e un diffuso analfabetismo funzionale il rischio è che una notizia vera e una falsa siano indistinguibili, che abbiano lo stesso peso nella formazione del proprio pensiero. E’ un problema che riguarda tutti i media, anche quelli che si poggiano su una comunità attiva come Radio Popolare.

«È un problema che per ora fortunatamente non ci riguarda. Un conto sono gli errori che ciascuno di noi può fare, un conto sono le fake-news. La redazione di Radio Popolare non è fatta da ragazzini, hanno una sana sfiducia verso le notizie che arrivano di rimbalzo dai social. Attenzione: Radiopop non è imparziale ma non addomestica le notizie, non sottolinea il bias verso alcune categorie. In ogni caso l’interpretazione dei fatti si costruisce con il confronto, prima all’interno della redazione e poi con gli ascoltatori».

Per concludere: che fine farà il tuo blog “Piovono rane”?
«È pronto per saltellare. Stiamo già lavorando ad una piattaforma di Radio Popolare per ospitare alcuni blog tra cui “Piovono rane”. Vorrei ospitasse quella galassia sociale della sinistra che c’è ma non è rappresentata. Vorrei che fossero in tanti a scrivere».

Romelu Lukaku immagino sarà il primo…
«Magari!»

Alessandro Gilioli si è presentato con questo breve discorso agli ascoltatori di Radio Popolare.

Articolo: Danilo De Biasio, portavoce Articolo21 Lombardia
Foto: Alessandro Diegoli