Squarci di luce sulla strage di Bologna

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Si è aperto oggi, a Bologna, il processo con il quale si cercherà di identificare i mandanti della strage del Due Agosto 1980, che alla stazione di Bologna uccise 85 persone e ne ferì 200.

E le novità non sono davvero nè poche nè di poco conto. Per il livello degli imputati, innanzitutto: l’ex generale del Sisde Quintino Spella e l’ex carabiniere Piergiorgio Segatel, chiamati a rispondere di depistaggio, a cui si affianca Domenico Catracchia, che nella sua qualità di amministratore del condominio romano di via Gradoli fornì false informazioni ai pubblici ministeri che indagavano sulla strage. L’ex appartenente ad Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, riconosciuto nei fotogrammi di un filmino amatoriale ‘girato’ da un turista tedesco, dal finestrino di un treno in transito dalla stazione di Bologna pochi minuti prima dell’esplosione. E poi tutti coloro che sarebbero stati indicati come mandanti, finanziatori o collaboratori a vario titolo della strage; ma che nel frattempo sono deceduti: Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Inoltre, il processo apertosi presso il Tribunale di Bologna dovrà far luce sul rapporto che legava il padre di Paolo Bellini, Aldo Bellini, con il procuratore bolognese Ugo Sisti (deceduto nel 2009). Tra i due sarebbe intercorsa un’amicizia che oggi si può ritenere imbarazzante, in quanto proprio nelle ore della strage alla stazione di Bologna i due si sarebbero incontrati nell’albergo di Aldo Bellini. Ma non solo, stando alle carte della Procura, nell’estate del 1980 tra il magistrato bolognese e il Bellini senior ci sarebbe stato un passaggio di denaro relativo alla compravendita di un immobile ad Ancona ma che – secondo una relazione appena depositata dalla GdF – sarebbe stato un atto strumentale per giustificare flussi di denaro tra i due, che si possono datare tra l’estate e il mese di dicembre del 1980. Questo e altri fatti sarebbero la conferma di una collaborazione di Paolo Bellini con i servizi segreti, oltre che con le frange di estrema destra le quali avrebbero collaborato nella realizzazione della Strage di Bologna. Il Bellini da giovane ebbe moto di ricevere un addestramento militare in un paese straniero ed è noto per aver ucciso nel 1975 Alceste Campanile; negli anni Novanta è stato utilizzato come sicario dalla ‘ndrangheta reggiana. In seguito divenne collaboratore di giustizia, ma le indagini intorno all’uomo dei servizi lo mettono – stando alle parole di altri collaboratori di giustizia – nella sfera di Cosa Nostra ai tempi delle stragi, ma anche impegnato in Sicilia a recuperare per conto dello Stato opere d’arte trafugate dalla criminalità organizzata.

L’udienza preliminare svoltasi stamattina ha visto la costituzione di parte civile da parte del Comune di Bologna, dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage, rappresentata da Paolo Bolognesi che ha definito quello appena iniziato «un processo impensabile fino a qualche anno fa. Quello di oggi è l’inizio di un processo storico, perché molto probabilmente porterà alla verità completa sulla strage di Bologna. È un fatto importante non solo per i familiari delle vittime, ma per tutti i cittadini italiani», della Regione Emilia Romagna rappresentata in Tribunale dalla vice-presidente Elly Schlein: «È un’emozione essere a fianco dell’associazione dei familiari delle vittime – ha dichiarato la vice-presidente Schlein – alla cui tenacia dobbiamo il fatto di essere qui oggi, sperando che sia un passo significativo verso la verità che aspettiamo da 40 anni». Dopo l’ammissione delle parti civili – tra cui spicca l’assenza di Trenitalia – la corte ha rinviato alle prossime udienze fissate per l’11, il 18 e il 25 gennaio del 2021. Chiaramente, tra le parti civili ammesse anche l’avvocatura generale dello Stato.

Ma le carte depositate dalla procura di Bologna lanciano squarci di luci su veri e propri misteri degli anni più bui dell’Italia del secondo dopoguerra. Come la morte di Francesco Mangiameli, esponente della formazione di estrema destra Terza Posizione e che sarebbe stato ucciso da un commando dei Nar il 9 settembre1980; il suo omicidio sarebbe la punizione per la sua opposizione alla strage, con il quale le forze eversive di destra (ma probabilmente anche i “servizi deviati”) voleva togliersi dai piedi un testimone oltremodo scomodo e pericoloso. Altri fatti che verranno analizzati nel corso del processo, vedranno passare al setaccio dettagli e personaggi; come Domenico Catracchia, che nella sua qualità di amministratore di condominio avrebbe avuto un ruolo nella stipula di contratti di affitto di appartamenti utilizzati dai Nar nel 1981, in via Gradoli 65 e 96. Lo stesso Catracchia avrebbe affittato nel 1978 l’appartamento che venne utilizzato dalle Brigate Rosse per i primi trenta giorni della prigionia di Aldo Moro. Catracchia è stato in passato definito un uomo dei servizi, senza ombra di dubbio.

Tutto l’impianto accusatorio aveva rischiato di finire nel dimenticatoio, grazie alla strada dell’archiviazione che era stata imboccata 3 anni fa dalla Procura “ordinaria”; solo un intervento della Procura generale avrebbe determinato una riapertura delle indagini sui depistaggi, a partire da quella pista palestinese che fin dalle prime ore è stata indicata come l’origine della strage, con il coinvolgimento del terrorista Carlos per coprire la collaborazione tra Avanguardia Nazionale, Terza Posizione e Nuclei Armati Rivoluzionari, che – finanziati da P2 e servizi – approntarono la bomba che fu fatta esplodere il 2 agosto 1980, nella sala d’attesa della seconda classe. E la “pista palestinese” viene rievocata proprio oggi in Parlamento, dal deputato di Fratelli d’Italia Federico Mollicone, il quale invoca una Commissione d’inchiesta parlamentare per far luce sul ruolo della ‘rete Separat’ del terrorista venezuelano/palestinese Ilich Ramirez Sànchez, meglio noto come Carlos ‘lo sciacallo’. Uno dei sostenitori della ‘pista palestinese’, non solo per la strage della stazione, ma anche per l’abbattimento del Dc9 dell’Itavia, pochi mesi prima dell’attentato di piazza Medaglie d’Oro, l’ex senatore Carlo Giovanardi. Secondo i sostenitori della teoria, la campagna stragista di quei mesi sarebbe stata causata dalla “rottura” del cosiddetto Lodo Moro, un accordo segreto tra l’Italia e i fedayn che avrebbe visto questi ultimi garantire di astenersi dal compiere attentati sul suolo italiano in cambio di un libero transito di uomini, armi e materiali utili alla causa palestinese. Il “Lodo Moro” – secondo i sostenitori di questa tesi – sarebbe stato rotto dai carabinieri nel novembre del 1979, con il sequestro a Ortona di missili terra-aria sovietici destinati al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina; e la conseguenza più immediata sarebbe stato l’abbattimento del Dc9 a Ustica, il 27 giugno 1980 e la strage della stazione di Bologna, il 2 agosto dello stesso anno. La teoria è stata più volte scartata dalla magistratura, ma esponenti della destra parlamentare puntualmente riportano in auge la teoria che inizialmente era stata utilizzata per depistare le indagini. E proprio per far luce sui tentativi di depistaggio la Procura Generale ha ripreso in mano le carte delle indagini, approdando a questo nuovo processo.

Uno dei primi sostenitori della ‘pista palestinese’ era stato l’ex Ministro dell’Interno, e in seguito Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Proprio a Cossiga la ‘Primula Nera’ Paolo Bellini indirizzò un telegramma, quando Cossiga finì il settennato al Quirinale: «Sarai sempre il mio presidente», scrisse Bellini. A rivelare il retroscena la moglie dell’ex Nar, Maurizia Bonini, che quando nel maggio di quest’anno vide il “filmino” del turista tedesco, poco dopo il processo che portò alla condanna all’ergastolo per Gilberto Cavallini, dichiarò senza tentennamenti: «Ho visto in questo momento il video e posso dire che la persona ritratta nel fermo immagine immediatamente dopo la colonna è il mio ex marito».

Un processo storico, che si prefigge di portar luce su uno dei misteri italiani tra i più dolorosi.

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