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Libano. Papa Francesco: “La catastrofe chiama tutti a collaborare per il bene comune”

 

“ In questi giorni il mio pensiero ritorna spesso al Libano – lì vedo una bandiera del Libano, un gruppo di libanesi. La catastrofe di martedì scorso chiama tutti, a partire dai Libanesi, a collaborare per il bene comune di questo amato Paese. Il Libano ha unidentità peculiare, frutto dellincontro di varie culture, emersa nel corso del tempo come un modello del vivere insieme. Certo, questa convivenza ora è molto fragile, lo sappiamo, ma prego perché, con laiuto di Dio e la leale partecipazione di tutti, essa possa rinascere libera e forte. Invito la Chiesa in Libano ad essere vicina al popolo nel suo Calvario, come sta facendo in questi giorni, con solidarietà e compassione, con il cuore e le mani aperte alla condivisione. Rinnovo inoltre lappello per un generoso aiuto da parte della comunità internazionale. E, per favore, chiedo ai vescovi, ai sacerdoti e ai religiosi del Libano che stiano vicini al popolo e che vivano con uno stile di vita improntato alla povertà evangelica, senza lusso, perché il vostro popolo soffre, e soffre tanto.”

Le parole pronunciate da Francesco all’Angelus hanno un senso profondo, che va trovato andando al di là delle apparenze. E per riuscirci bisogna individuare il bivio culturale che sottostà a queste parole. Francesco infatti è l’uomo che ha firmato il documento sulla fratellanza umana con il grande imam di al-Azhar, finalizzato a chiarire che le nostre differenze sono parte di un disegno divino, che vanno accettate, apprezzate e quindi che devono portare alla pari cittadinanza. Alla base di questa visione, condivisa dal papa e dalla massima autorità dell’Islam sunnita, c’è una teologia, quella del buon vicinato. Detto così sembra che saranno i buoni a convenire e i cattivi a dissentire. Ma non è così. Chi dissente è chi non ha fiducia nell’altro. Chi non ha fiducia nell’altro ritiene che con questi sia impossibile vivere insieme. E’ quello che pensano certi ambienti islamici, che ritengono i cristiani quinte colonne dell’Occidente, e certi ambienti cristiani, che ritengono i musulmani portatori per scelta eterna e inappellabile di una visione suprematista. La reciproca sfiducia nasce di qui. Questa reciproca sfiducia si è impossessata, per tante cause storiche e tante azioni politiche, compreso l’uso e la distorsione del pensiero religioso, di ambienti ampi, diffusi, compresa ampia parte dell’episcopato, sia cattolico sia ortodosso. E’ questo il motivo per cui nessuna Chiesa cristiana ha avuto il coraggio di misurarsi pubblicamente con il testo del documento sulla fratellanza, ad eccezione di quella caldea guidata dal patriarca Sako. E proprio Sako e la sua visione hanno consentito ai cristiani di tornare protagonisti delle vicende irachene, con la piazza e nella piazza contro la violenza settaria sostenuta dagli estremisti come Soleimani. In Siria e in Libano invece ha prevalso la sfiducia e ha portato all’elaborazione in questi anni segnati dalla piaga siriana di una teoria politica: nell’Islam c’è una minoranza, lo sciismo. Alleiamoci con la loro rappresentanza politica, questo impedirà la dittatura della maggioranza sunnita. E’ così che settori delle chiese orientali si sono avvicinati alle elités al potere, trovando anche stili di vita lussuosi, per ostentare un ruolo che vuol dire connessione con il potere, quindi garanzia di autorevolezza e potenza.

In Libano questa impostazione è stata rappresentata politicamente dal presidente della Repubblica, il maronita Aoun. La sua alleanza con Hezbollah indica proprio l’alleanza delle minoranza di cui qui si parla. Ma di recente la rottura del presidente con il patriarca maronita, Beshara Rahi, è divenuta evidente, quando il patriarca ha detto che il Libano deve tornare neutrale. Cosa vuol dire? Che il Libano non prende parte, e quindi detto dal patriarca vuol dire che anche i cristiani non prendono parte in questa fratricida tra gli opposti imperialismi arabo-islamici. Questa scelta certamente rischiosa è l’unica che garantisce un futuro. Infatti in Siria dove non è stata fatta i cristiani sono il 2% della popolazione, seguitano a fuggire e nessuno a tornare.

La piazza cristiana di Beirut, ieri, ha chiaramente delegittimato Aoun, la sua alleanza con chi usa i libanesi come uno scudo umano distruggendone anche l’economia. Dunque il patriarca Beshara Rahi emerge come il vincitore cristiano e oggi può invitare tutto il ceto politico a uscire di scena e lasciare la parola alle urne. La gente cristiana ieri si è schierata con la linea che lui ha espresso, e ha maledetto Aoun, calpestandone le fotografie. Dunque oggi Francesco è intervenuto con chiarezza chiedendo ai cristiani di non cedere alla sfiducia, con la quale non si può costruire nulla. Solo la fiducia nell’altro può consentire all’altro di avere fiducia in noi. E viceversa. Francesco così offre il suo documento sulla fratellanza come base per la ricostruzione del Libano, che è davvero un messaggio, come disse Giovanni Paolo II. Ma questo messaggio va capito, non è una romanticheria: il messaggio-Libano è semplice semplice e sta nel fatto che, come disse Martin Luther King, o si impara a vivere insieme  o si muore come dei folli. Milizie, falangi, brigate, intellettuali identitaristi hanno fatto di tutto per distruggere l’altro, per convincere i propri che solo distruggendo l’altro sarebbero stati sicuri.  Nessuno può dire “io non c’entro”, ma oggi nessuno può dire “io non so che il totalitarismo miliziano oggi è Hezbollah”, non gli sciiti, ma chi li ha ridotti sottomessi a un obbligo miliziano nel nome del proprio giusto riscatto. In un Paese come in Libano si tratta di capire finalmente non a parole ma con i fatti una verità così evidente che anche gli sfiduciati farebbero bene a convincersene, finché c’é tempo. E i cristiani che sono scesi numerosi in piazza a Beirut hanno detto: “lo abbiamo capito.” Per questo l’Angelus odierno è tra i più importanti.

Fonte: Globalist

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