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Antonio Di Bella: “Vado in America a raccontare una realtà diversa dagli stereotipi”

 

Trovare Antonio Di Bella per intervistarlo e chiedergli cosa pensa della sua esperienza a RaiNews24 e cosa si aspetta di trovare negli Stati Uniti è facilissimo.  E, inoltre, in poche frasi ti riassume un mondo, ti mette davanti ad un racconto della realtà pluridimensionale, in fondo ciò cui ci ha abituato negli anni da direttore in un canale che ha dovuto affrontare la concorrenza agguerrita delle reti private e la trasformazione dei grandi siti di informazione. La testa e gli occhi adesso ce li ha già in America, però non manca un bilancio sul lavoro fatto qui.

Tornare negli Stati Uniti per seguire le elezioni di quel grande Paese che tante volte ti abbiamo sentito descrivere. Che cosa ti aspetti?
Mi aspetto quel che gli Stati Uniti ti danno sempre: una realtà diversa dagli stereotipi, i germi del cambiamento, l’elaborazione sempre nuova del passato. Qualcosa che è sempre difficile capire fino in fondo stando dall’altra parte dell’oceano.

In questo momento negli Stati Uniti c’è un grande dibattito sul potere e le deviazioni dei social, argomento che in Italia ancora evitiamo (non tutti). Cosa possiamo fare per accelerare questo percorso di conoscenza secondo te?
Proprio in questi giorni i grandi monopolisti dei social sono stati quasi processati in pubblico a Washington. Il Nord America spesso ha fatto crescere giganti ma poi è riuscito, a fasi alterne, a limitarne gli eccessi. Basti pensare al conflitto fra il Presidente Theodore Roosvelt e i grandi capitalisti definiti “i robber barons” o lo spacchettamento dei grandi networks televisivi per favorire la concorrenza.

 La tua direzione a RaiNews si è contraddistina per quella luce sempre accesa sulle periferie, non solo geografiche. Cosa hai scoperto tu, oltre a ciò che hai fatto scoprire a noi telespettatori?
Illuminare le periferie è una raccomandazione del Santo Padre. Credo sia il dovere di ogni giornalista e, a maggior ragione, l’essenza del servizio pubblico. Raccontare gli ultimi non è filantropia ma il modo migliore per tastare il polso di un paese.

Sei stato tra i primi a correre ai ripari contro le fake news sanitarie durante l’emergenza Covid, quasi avessi fiutato il pericolo di una disinformazione in agguato. Quali “sintomi” avevi visto?
Devo ringraziare il collega di Rainews Gerardo D’Amico che ha messo a disposizione di tutti i colleghi Rai una task force di eccellenze in campo sanitario per smascherare le mille bufale sul covid. Ma in generale solo una presa di coscienza collettiva e individuale può frenare la corsa all’irrazionale. Una corsa eterna che abbiamo il dovere di contrastare in ogni modo non con la censura ma con la competenza e la affidabilità.

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