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Beirut città devastata. Decine i morti

 

Davanti alla devastazione di una metropoli, con un numero impressionante di palazzi lesionati o  danneggiati, vetri andati in frantumi a decine di chilometri di distanza dal luogo delle esplosioni, gli ospedali nazionali al collasso, un numero sconvolgente di feriti, il fondato timore che quanto sappiamo adesso, un centinaio di morti e migliaia di feriti, chissà quanti gravi, possa essere solo un parziale bilancio di una tragedia che ha pochi precedenti, la prima versione che si è osato fornire è quella dell’esplosione di un deposito di fuochi d’artificio. L’esplosione devastante ha avuto luogo infarti al porto di Beirut e ha fatto tremare tutta la città.

Questa teoria poco riguardosa non solo dei morti, non solo dei feriti, non solo dei traumatizzati, ma di tutti i libanesi, è venuta fuori ufficiosamente, ma attribuita a  fonti militari. Lo sconcerto per la devastazione di una capitale già messa in ginocchio da una incredibile crisi economica che falcia da ottobre vite umane e da marzo le falcia insieme alla pandemia che si aggrava come si aggrava la devastazione economica, si unisce così allo sconcerto per la diffusione di una simile ipotesi, che ha girato il mondo per ore. Poi la dinamica dell’esplosione, doppia esplosione, ha fatto parlare di esplosione di fuochi d’artificio che hanno coinvolto un deposito. Di che cosa? Ora da Beirut si apprende che la seconda esplosione avrebbe riguardato un deposito di nitrato di ammonito, dopo aver sussurrato di armi confiscate nel corso del tempo. E tenute, chissà perché, al porto. Si vedrà meglio nelle prossime ore, ma se fosse confermato che la causa di quanto accaduto possa essere dipeso dall’esplosione di un deposito di nitrato ammonito, bisognerebbe chiedersi “che ci faceva un immenso deposito di nitrato di ammonio al porto commerciale di una capitale?” Che ci faceva? Per rispondere bisogna rispondere alla domanda: “ a cosa serve il nitrato di ammonio?” Si usa per ottenere fertilizzanti o più comunemente esplosivi. Il quantitativo in oggetto è definito da tante fonti libanesi “impressionante”.

Beirut è una città devastata e questo accade alla vigilia della pronuncia, dopo 15 anni di attesa, della sentenza del tribunale internazionale sul delitto Hariri, già primo ministro del Libano. Era il 14 febbraio del 2005 quando un’esplosione non paragonabile a questa, ma capace di danneggiare tantissimi palazzi a poca distanza dal porto, uccise il premier e circa 20 persone che viaggiavano con lui. Tra poche ore il tribunale internazionale dovrebbe dire se i quattro miliziani di Hezbollah incriminati sono colpevoli di quel delitto. Hezbollah oggi è il perno cruciale e decisivo del governo libanese in carica. Forse è solo una coincidenza, ma questa coincidenza c’è. Come il sangue, che è tornato copioso non solo vicino al mare, ma in tutta Beirut. Difficile non pensare ai colpevoli di questo crimine senza precedenti pur nel martoriato Libano, eppure in queste ore il pensiero non può che partire dalle vittime ed essere per l’intera popolazione di una città devastata da un atto che ci riguarda, non può non riguardarci, e dalla quale da sola difficilmente potrà riprendersi. Di questo si dovrà parlare, perché siamo a un punto di svolta per tutto il Mediterraneo.

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