Ancora odio sui social. Stavolta contro Elodie

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La macchina dell’odio è partita anche stavolta ed una valanga  di irripetibili insulti razzisti o a sfondo sessuale ha travolto la cantante Elodie, anche a rimarcare le sue origini per metà creole.

Ed è accaduto perché la cantante romana ha avuto l’ardire di esprimere il suo dissenso rispetto alle modalità comunicative di Salvini e della Lega, parlandone durante una intervista al Corriere della Sera.

«Quando hai un ruolo politico hai un megafono. E se offendi gratuitamente qualcuno scatenando odio ti assumi una grande responsabilità. Non mi piace come la Lega cerca di accalappiare voti. Vorrei avere dei veri punti di riferimento a rappresentarci. Che sia stata a Lecce o nelle case popolari a Roma, ho sempre trovato una grande famiglia, gente che accoglie il diverso. Il Paese è meglio di chi lo rappresenta. Certo, c’è tanta ignoranza e sarebbe bello che chi ci governa la diminuisse, anziché far leva su quello».

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Nulla di che.

Nessun giudizio particolare sulle idee politiche di Salvini o di altri esponenti politici della Lega, solo una personale opinione sui format mediatici del partito e sui “trigger point” che il segretario politico utilizza nei suoi account social per scatenare l’orda di commenti violenti e una verbalità basata sull’odio.

“Un uomo piccolo, che offende gratuitamente scatenando odio”, così si è espressa l’artista, ma l’origine dei contrasti risale a qualche mese fa, quando Salvini denigrò Sergio Sylvestre, amico di Elodie, perché non era riuscito a ricordare con precisione le parole dell’Inno di Mameli durante la finale di Coppa Italia fra Juventus e Napoli.

In quell’occasione, il cantante affermò di aver dimenticato le parole a causa della forte emozione provata nel vedere lo stadio vuoto, ed Elodie rispose al leader politico, scrivendo di lui : “Non perde mai occasione per dimostrare quello che è, un uomo piccolo”.

Con coraggio, la cantante ha reagito pubblicando sui suoi profili sociale tutti gli insulti  ricevuto e replicando con un lapidario “E noi donne vi mettiamo pure al mondo”.

E di nuovo la lettura degli insulti mediatici, stavolta ricevuti da Elodie, fa scaturire molteplici considerazioni.

La prima. Molte donne utilizzano un linguaggio d’odio sessista, a dimostrazione che l’aggressione verbale ad un personaggio famoso in quanto donna è trasversale. e che l’odio diffuso come strumento di induzione sociale ha presa anche su quelle che dovrebbero invece proclamarsene  vittime.

Fenomeno apparentemente incomprensibile, ma basti pensare che questo “scatenare l’inferno” contro un bersaglio pre- identificato a causa di un’opinione contraria o per una diversità di comportamento rispetto al modello non proposto bensì imposto, agisce come apparente arma di riscatto per una condizione femminile evidentemente frustrata.

Le parole adoperate sono le consuete e fanno riferimento alle scelte sessuali ed alla fisicità della figura femminile attaccata, a riprova che chi scrive trascende sempre sul piano personale della vittima, a pretendere di mettersi sullo stesso piano del bersaglio, ancorché famoso e visibile, esaltando la propria illusoria supremazia.

Quasi si trattasse di una persona realmente conosciuta, un vicino di casa magari meridionale o l’immigrato che si siede accanto in metro.

Frequenti gli attacchi lanciati a vittime di sesso femminile, a riprova che sussiste una scelta determinata in capo a chi “arma” l’orda offensiva.

Dichiarare che un uomo vende la propria sessualità per soldi, o che conduce una vita sessuale particolarmente attiva non sortisce infatti lo stesso sensazionalistico effetto mediatico che ottengono gli insulti a sfondo sessista usati contro le donne.

In definitiva, ancora oggi per offendere una donna si attenta alla sua “morale” sessuale e mezzo secolo di rivoluzione femminista se ne va in gloria.

Le parole e le sintassi così come espresse sono sintomatiche di un grave analfabetismo funzionale e le regole della grammatica vengono spesso drammaticamente disattese.

Il profilo dei “commentatori d’odio” si conclude così, e richiama l’immagine delle belve che chiuse dentro ad un recinto reagiscono aggressivamente al visitatore, senza pensare che sono loro le prigioniere dello zoo.

Articolo21 e la FNSI più volte hanno denunciato questo desolante fenomeno, invocando in più occasioni ed a viva voce l’intervento delle istituzioni a fronte di questa preoccupante involuzione.

Purtroppo nulla è cambiato, anzi, sembra che l’emergenza Covid abbia aggravato il problema e quello che avrebbe dovuto essere il proposito di essere migliori si è rivelato una speranza destinata ad essere delusa dalla realtà che ci circonda.

Non stiamo dando prova che andrà tutto bene, tutt’altro, e restiamo fermi nelle paludi di una comunicazione sociale fra le più dannose e lesive dei diritti altrui.

E se con urgenza non poniamo un argine deciso a questa deriva comunicativa gli effetti continueranno ad essere ogni giorno più devastanti e la violenza delle parole sfocerà sempre più in quella materiale, con esiti notoriamente infausti.

Comunicare con violenza e diffondere l’odio sociale è reato e vale la pena definirlo come  punto di partenza per affrontare il problema.

Diffondere sui media un contenuto basato sull’odio sociale è contrario ai principi costituzionali in materia di libertà di opinione, che deve e può esprimersi sempre e solo nel rispetto della reputazione e dell’onore altrui.

Questo vale per ogni forma di manifestazione del pensiero, sia essa propagata sui social che sulle reti televisive o sulle testate giornalistiche.

Continuare a tollerare queste dinamiche comunicative, spesso politiche, è inaccettabile ed è arrivato il momento di pretendere una definitiva e collettiva presa di posizione istituzionale.

Altrettanto inammissibile giustificare gli attacchi con la notorietà di chi esprime una diversità di pensiero, quasi che l’essere celebri “legittimi” i leoni da tastiera ad offendere ed insultare chi condanna una subcultura oggi all’ordine del giorno contro le persone di colore, i migranti, i gay, le donne e persino Papa Francesco.

Diffondere ed educare ovunque, partendo proprio dai social media, magari con iniziative di promozione e campagne pubblicitarie ad hoc, alla cultura del rispetto per le opinioni altrui, non può che migliorare il panorama sociale odierno, già oltremodo compromesso dalle ultime emergenze.


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