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Tante piazze italiane per Floyd. La sua morte ci interpella sui nostri doveri, innanzitutto morali

 

Numerose le manifestazioni, anche in Italia, promosse per testimoniare l’indignazione dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis. Enormi cortei negli Stati Uniti, divenuti il luogo più conflittuale dell’Occidente, dove la questione razziale è parte integrante di ciò che si chiamò lotta di classe. Ora contro l’incubo Trump. Ma pure in Europa la campanella è suonata. Nella capitale, a piazza del Popolo , si sono riunite diverse migliaia di persone. “I can’t breathe” si urlava, “antifascisti sempre”; e tutti in ginocchio per 8 minuti e 46 secondi: il tempo breve ed eterno dell’agonia dell’eroe (sì, eroe suo malgrado, magari) afroamericano. Si respirava un’aria diversa, come negli appuntamenti ambientalisti o in quelli delle Sardine. Non per caso, infatti, la promozione è stata proprio di: “Fridays for Future Rome”, “6000 Sardine”, “Giovani Europeisti Verdi”, “Extinction Rebellion Rome International”, “American Experts for Positive Change”, “Women’s March Rome”, tra le altre associazioni. “Articolo21” era in piazza, ovviamente. Niente presenze di partito, forse non solo per una questione di delicatezza. Verosimilmente, ancora in questa occasione, si è appalesata piuttosto una politica non partitica. E, persino, non debitrice – per esistere- agli organi di informazione tradizionali. A parte “il manifesto”, chi ne aveva parlato? In verità, si è ormai consolidata una rete di informazione alternativa che corre lontano dal mainstream. E che funziona. Ci si rifletta. Abbiamo tirato un respiro di sollievo dopo l’esibizione neofascista di ieri, ma non pensiamo di recuperare il terreno perduto con qualche -prevedibile- dichiarazione di questo o quel segretario, ex post. Ci sono conflitti tremendi in giro per il mondo, che hanno nell’antifascismo e nell’antirazzismo il primo nucleo di una risposta. È indispensabile, prima di tutto, riconoscere i territori in cui si plasmano centri e periferie, ricchezze e povertà, ceti e gruppi sociali. La morte di George Floyd ci interpella sui nostri doveri, innanzitutto morali. Che la rete e il tessuto connettivo politici e comunicativi emergenti divengano pratiche ed esperienze stabili.

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