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#STRAGEUSTICA. 81 anime…

 

Son passati 40 anni, dal 27 giugno 1980. Quel giorno – non si sa ancora per mano di chi – 81 persone morirono in quello che venne registrato come il peggior disastro aereo mai consumatosi nei cieli italiani. Seguirono indagini, depistaggi, morti sospette di militari e inquirenti che indagavano su “Ustica”: e inchieste giornalistiche. Proprio queste ultime sono state al centro di un momento di riflessione, davanti al relitto del Dc9 Itavia conservato al Museo per la Memoria di Ustica, a Bologna, città dal cui aeroporto “Guglielmo Marconi” (BLQ) partì il volo IH870 diretto a Palermo. Ma a Palermo il Dc9 non arrivo, quel 27 giugno 1980.
81 anime…, nel silenzio che regna intorno al relitto dell’aereo precipitato nel Mediterraneo, hanno ascoltato le parole pronunciate da chi si è interessato della ricerca di una verità che deve essere ben scomoda, per rimanere imbrigliata in un muro di gomma (copyright, Andrea Purgatori) che ha finora garantito l’anonimato ai responsabili di quell’odioso omicidio di massa; un vero e proprio atto di guerra in tempo di pace. «Cosa avremmo saputo di Ustica senza la stampa?», era il titolo del convegno organizzato dall’Associazione dei parenti delle Vittime e dalla FNSI. Ad alternarsi al microfono, il Presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico, la Presidente dell’Associazione dei Parenti delle Vittime della Strage di Ustica Daria Bonfietti, il sindaco di Bologna Virginio Merola, i giornalisti Andrea Purgatori e Sigfrido Ranucci, la storica Cora Ranci e il Presidente della FNSI (e fondatore di Articolo 21, liberi di…) Beppe Giulietti.
«Non c’è ragione di Stato che tenga – ha detto il Presidente Fico – ed è grazie al giornalismo d’inchiesta che abbiamo una parte della verità. Ci sono pezzi del nostro Stato che sanno cosa è successo, credo sia arrivato il momento da parte di qualcuno, anche all’interno dei nostri servizi, di parlare e dire la verità».
Parole semplici e precise; ma che se vengono pronunciate dalla terza carica dello Stato assumono un ruolo e un valore che non può essere ignorato. Parole pronunciate per ricordare l’esistenza e il dolore di quelle 81 anime…
«C’era la guerra quella notte nei nostri cieli’ e ‘Il Dc9 è stato abbattuto’. Questa è la verità! – ha ricordato le parole dei manifesti del quarantesimo anniversario di una tragedia che reclama ancora verità, la Presidente Daria Bonfietti – Una verità che deve essere completata con l’individuazione degli autori materiali della strage: chi nel cielo quella sera ha compiuto l’azione mortale. Crediamo a un ruolo determinante del Ministero della Giustizia per la gestione delle rogatorie internazionali e per questo chiediamo al ministro Bonafede sforzi ulteriori, mentre gli riconosciamo l’impegno preso per la digitalizzazione di tutti gli atti relativi alla vicenda di Ustica».
Daria Bonfietti ha perso il fratello, Alberto, nella Strage di Ustica; una delle 81 anime…
«Un atto di guerra in tempo di pace – ha dichiarato il sindaco Merola – e per questo motivo come comunità non potremo lasciare in pace i responsabili di questo atto di guerra in tempo di pace».
Un impegno preso davanti al relitto di un aereo precipitato da settemila metri di cielo a tremila metri sott’acqua; e lì rimasto per una decina d’anni. Con le “sue” 81 anime…
«Il giornalismo d’inchiesta ha il dovere di raccontare quello che il potere non vuole che venga raccontato – ha spiegato Sigfrido Ranucci, giornalista Rai di Report – e, dal delitto Matteotti a piazza Fontana e oltre, il ‘potere’ ha sempre cercato di depistare le indagini giudiziarie e le inchieste giornalistiche. Ci sono giornalisti che si possono permettere di realizzare inchieste, anche a rischio di querele; ma ci sono colleghi che non possono, perché non lavorano per la Rai, come me. Pensate a tutelare le piccole realtà che fanno informazione; perché altrimenti si spegneranno delle voci».
E conoscono bene, loro, le 81 anime…, il disastro provocato dal silenzio indotto: imposto. Sanno che quel silenzio è un ronzio, un ticchettio che – da quarant’anni – non le lascia in pace.
«Questo museo è una traccia di memoria per il futuro – ha sostenuto Beppe Giulietti – e la memoria non ha prescrizione; è da affidare ai giovani. Ricordiamoci che in certe situazioni non è mai affar loro, delle vittime, ma è affar nostro; non sono problemi delle famiglie, ma problemi nostri. Grazie ai giornalisti che non si sono arresi davanti ai tanti muri di gomma, agli inviti a non parlare di Ustica; hanno ottenuto il risultato opposto. Non so se chi ha avanzato quelle richieste può esser parente con coloro che non volevano si parlasse di Aldrovandi o di Cucchi; se fosse stato per loro, Aldrovandi si era picchiato da solo e Cucchi era stato malmenato dagli amici. Se i cronisti avessero rispettato il regime dei segreti, oggi non avremmo le verità storiche che conosciamo. Ma bisogna liberare il giornalismo d’inchiesta dalle tagliole, bisogna fermare le querele bavaglio. Quando non ci sono verità e giustizia non c’è Repubblica».
81 anime… hanno potuto tornare a respirare; tutte insieme. Ritemprate dalle parole pronunciate da chi ha avuto il coraggio di guardare oltre il muro di gomma, di scavalcare un ostacolo che sembrava insormontabile.
Alla fine, dopo le parole delle autorità e dei giornalisti, il lungo ballatoio che circonda il Dc9 Itavia ha accolto i parenti delle vittime. Si sono appoggiati al parapetto come se fossero affacciati al balcone delle loro case; e hanno scrutato oltre i vetri opachi degli oblò dell’aereo bianco e rosso, alla ricerca di occhi che loro conoscono bene e che non hanno dimenticato, alla ricerca di immagini e sentimenti che potrebbero fare luce nel buio. E sicuramente gli sguardi si saranno incrociati.
Quelli dei parenti; e quelli delle 81 anime…

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