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Cosa c’entra Viktor Orban con il partito che fu di De Gasperi, Schumann e Adenauer?

 
Non è più tempo di burocratiche prese di distanze. E neanche di condanne verbali e inutili giri di parole. La decisione del Parlamento ungherese di concedere sine die i pieni poteri a Viktor Orban mette l’Ungheria fuori dall’Unione europea. Non è soltanto il primo atto di un processo che pone le basi per la creazione di un regime autoritario, ma anche e sopratutto il tradimento dei valori e dei principi alla base dell’Unione. Se è vero che la Comunità europea nacque dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale e fu la risposta ai regimi dittatoriali che avevano prodotto i conflitti, la presenza all’interno dell’Unione di un Paese che mette in discussione la democrazia liberale e le sue fondamenta è un tentativo di ritorno al passato. Con una procedura simile a quella che in Italia diede l’avvio al Ventennio mussoliniano – il voto del Parlamento – l’Ungheria di fatto disconosce gli articoli 2 e 3 del Trattato europeo, che impegnano gli Stati membri a rispettare la democrazia, le libertà e i diritti umani.

Ce n’è abbastanza per avviare la procedura per la sanzione, che può portare alla sospensione dell’Ungheria del diritto di voto nel Consiglio europeo. Va detto, però, che l’obbligo del voto unanime degli altri Stati mette Orban in una botte di ferro. Si fosse trattato della violazione del patto di stabilità o dello sforamento di uno zero virgola nel rapporto deficit-pil sarebbero state già avviate le procedure di infrazione. Invece, nulla. Salvo prese di posizione verbali e promesse di vigilare.
Eppure il disegno di Orban è chiaro da tempo: instaurare un regime illiberale, comprimendo i diritti e le libertà individuali. Il premier ungherese, non da oggi, ha messo nel mirino la stampa e la magistratura. È facile immaginare che, adesso, approfitterà delle misure per contenere la diffusione dell’epidemia da covid-19 per avviare una resa dei conti contro i giornalisti, i mezzi di informazione e tutte quelle voci della società civile che considera non allineate. Auspicando che le istituzioni europee vadano oltre gli appelli al buon senso, è necessario che l’opinione pubblica e tutti i giornalisti europei facciano sentire la loro voce.

L’Ungheria è già da qualche anno un laboratorio al quale guardano con favore e speranza le forze sovraniste. La FNSI ha portato il caso ungherese all’attenzione della Federazione internazionale dei giornalisti in tempi non sospetti. È tornata a farlo adesso, facendo sentire la propria voce insieme con quella di altri sindacati europei dei giornalisti. La Federazione nazionale della Stampa italiana, inoltre, ribadisce la volontà, espressa già alla fine di febbraio insieme con Articolo 21, di dedicare la Giornata mondiale della libertà di Stampa, il prossimo 3 maggio, ai colleghi ungheresi che subiscono bavagli e ritorsioni. Tenuto conto della fase di emergenza, lo farà nei modi e nelle forme che saranno possibili.
Nessuno può più tacere sull’Ungheria. Non c’è realpolitik che tenga. Devono alzare la voce i media europei, insieme con l’opinione pubblica. E devono farlo anche le istituzioni europee, i singoli parlamentari. A partire da quelli del Partito popolare europeo. Intanto, comincino a porsi una domanda: che cosa c’entra Viktor Orban con il partito che fu di De Gasperi, Schumann e Adenauer?

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