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Una terra libera dalla paura delle mafie. Il sogno di Don Peppe Diana ucciso dalla camorra 26 anni fa

 

Augusto Di Meo, testimone oculare dell’omicidio di don Peppe Diana e mio caro amico, mi raccontava come don Peppe non amasse le “passerelle delle autorità”, era una persona umile e amica di tutti. Nelle ricorrenze del suo assassinio, spesso, non mancano i politici che si pavoneggiano pronunciando il suo nome e provando a essere ciò che non sono. Per quanto mi riguarda oggi, cercherò di ricordare questo straordinario sacerdote con una sua meravigliosa lettera, rappresentativa della sua personalità: “Per amore del mio popolo, non tacerò” che consiglio di andare a leggere a tutti e in special modo ai più giovani. Negli anni più bui di Casal di Principe la camorra dei Casalesi lo tenne sotto stretto controllo perché fu subito inquadrato come un vero combattente nella lotta contro le mafie.

All’indomani delle celebrazioni per l’anniversario della morte di don Peppe Diana, ucciso dai camorristi il 19 marzo del 1994, ci saranno i ricordi e le commemorazioni istituzionali anche da parte di certi politici che non lo apprezzarono in vita, noi invece vogliamo ricordarlo proprio con alcuni passi della sua lettera rivolta ai suoi compaesani che al tempo stesso sono un monito per tutti noi. Era il 1991 don Peppe Diana, il sacerdote di Casal di Principe, scrisse e diffuse una lettera nella quale chiedeva un impegno civico contro la camorra. Il sacerdote in quegli anni si distinse per la sua fortissima campagna contro il clan dei Casalesi, in provincia di Caserta.

“E’ oramai chiaro che il disfacimento delle istituzioni civili ha consentito l’infiltrazione del potere camorristico a tutti i livelli. La Camorra riempie un vuoto di potere dello Stato che nelle amministrazioni periferiche é caratterizzato da corruzione, lungaggini e favoritismi. La Camorra rappresenta uno Stato deviante parallelo rispetto a quello ufficiale, privo però di burocrazia e d’intermediari che sono la piaga dello Stato legale. L’inefficienza delle politiche occupazionali, della sanità, non possono che creare sfiducia negli abitanti dei nostri paesi; un preoccupato senso di rischio che si va facendo più forte ogni giorno che passa, l’inadeguata tutela dei legittimi interessi e diritti dei liberi cittadini; le carenze anche della nostra azione pastorale ci devono convincere che l’Azione di tutta la Chiesa deve farsi più tagliente e meno neutrale per permettere alle parrocchie di riscoprire quegli spazi per una “ministerialità” di liberazione, di promozione umana e di servizio. Forse le nostre comunità avranno bisogno di nuovi modelli di comportamento: certamente di realtà, di testimonianze, di esempi, per essere credibili”.

E’ un monito rivolto alla politica ma anche alla Chiesa. E’ una scommessa: è la scommessa della partecipazione di tutti nella lotta alle mafie. Il sacerdote tiene la barra del timone dritta anche in piena tempesta: non vuole che i camorristi si sostituiscano allo Stato. Vuole dare un segnale forte: lui e i cittadini di Casal di Principe unendosi e facendo fronte comune non sono soli. Cerca il sostegno della Chiesa e al tempo stesso della politica sana e non di quella che lui disdegnava e che spesso legittimava un potere costituito che nel paese voleva dire “Casalesi”. Dopo questa lettera la sua azione sul campo continua incessantemente e per lui non c’è più tempo, i giorni di don Peppe sono contati, su di lui è stata emessa una sentenza di morte. Don Peppino oggi non c’è più. È stato ammazzato dalla camorra dei Casalesi nel giorno di San Giuseppe, festa del papà e suo onomastico, il 19 marzo 1994 nella sua chiesa, mentre si accingeva a celebrare messa. Aveva trentasei anni. Don Peppe fu affrontato da un camorrista che gli sparò cinque proiettili ammazzandolo all’istante. Il killer fu poi arrestato anche grazie al contributo di un testimone coraggioso, Augusto Di Meo. Spero che dal sangue di un uomo onesto, coraggioso e leale come lui possano nascere tanti altri gesti di coraggio e di solidarietà per chi lotta le mafie in prima linea. Il suo sacrificio richiama alla memoria quello di tanti servitori dello Stato, il sacrificio di tutti quelli che hanno perso la vita per cercare di fare del nostro Paese una terra libera dalla paura delle mafie: una terra più sana all’insegna della verità e della giustizia. Da lassù guidaci e guida la Scuola di Legalità che porta il tuo nome.

(Vincenzo Musacchio, giurista, direttore scientifico della Scuola di Legalità  “don Peppe Diana” di Roma e del Molise).

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