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Ci sono parole che lo possono disarmare l’odio

 

Fermarsi, prendersi il tempo, addirittura tre giorni, sostare sulle questioni oltre lo spazio dei 280 caratteri per possedere i fatti e dominare gli argomenti prima di dare forma alle parole, di emettere sentenze, di esplicitare il pensiero. Guardandosi negli occhi, stringendosi le mani, osando un abbraccio. Contemplando i più giovani senza dimenticare chi è passato prima di noi, chi ci ha nutrito. Come si fa su una panchina.

È quello che abbiamo vissuto a Roma dal 28 febbraio al 1° marzo, sfidando la paura del contagio, consapevoli che il virus più pericoloso è quello dell’odio. Un odio che è libero di circolare, poggia su secoli di stereotipi ed è trascinato da una valanga di violenza verbale, si materializza in titoli cattivi che si spacciano per accattivanti e tenta di arruolare ora un dio ora un altro. Ma ci sono parole che lo possono disarmare, soprattutto se condivise, perché le parole fanno cose, le parole emancipano. Se sono quelle giuste. Se sono scritte da donne e uomini che sanno pesarne il valore e ne riconoscono il potere.

Quelle donne e quegli uomini siamo noi, nessuno si senta escluso.

Troviamo una panchina e facciamo posto a chi in panchina viene sempre lasciato dalla nostra disattenzione, dal nostro silenzio, dalla nostra ignavia, dalla nostra smemoratezza. E facciamo ponti di parole tra una panchina e l’altra, tessiamo relazioni per costruire comunità che diano vita a società pluraliste, dove è possibile essere uguali perché differenti. Come nella comunità di Articolo 21.

Grazie a tutte e a tutti per esserci stati e per esserci!

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