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Cara amica ti scrivo… quando la voglia di vivere dichiara guerra al cancro e al coronavirus

 

Quante facce, questo momento.
Quanta fatica e quale necessità per noi, quelli con la penna e il taccuino di antica memoria, raccontarle.
E si fa fatica tra chi è in strada e chi lo fa da casa, si spinge sull’acceleratore tanto più si è precari, perché informare è molto più di una professione, è una folle stimolante scelta di vita.
Stavolta vi racconto una storia che è anche mia, in cui chissà quanto potranno riconoscersi.
Una storia d’amore altro, ai tempi del Coronavirus, lasciata sulla carta de La Gazzetta Del Mezzogiorno e nel mare magnum del web

Ci siamo lasciate lunedì, col timore che la storia del Covid-19 evolvesse in emergenza stringente e con la speranza di sbagliarci. Appena uscita dal lavoro, un percorso di 3 km da Leverano a Veglie, per un abbraccio tra amiche abituate a condividere la quotidianità, da dieci mesi.

Quei pochi chilometri oggi rappresentano il miglio verde impercorribile, la distanza fisica che ci divide, l’ostacolo cui ovviare collegate decine di volte al giorno in video chat.

Io a lamentarmi dei capelli che diventano bianchi  proprio adesso coi parrucchieri chiusi, lei, Fabrizia, a passare la mano veloce sui quelli che ricrescono piccoli piccoli, tra un ciclo di chemio e l’altro.

Lunedì abbiamo  esagerato, crepassero avarizia e buon senso. Ci siamo abbracciate, sbaciucchiate e i cani si sono uniti alle festa, in cucina. Come tante altre volte, ma con una paura in più alle spalle. Quella di non potersi rivedere da un momento all’altro. Proprio noi, che insieme , abbiamo dichiarato lotta senza colpo ferire al cancro, perché quella possibilità non ce la tolga mai.

“Non abbiamo paura di niente, sista, chi se ne frega”, ripete lei.

E giù polpette fritte, caffè caldo di moka e torta di mele. Attacco bulimico di affettuosità nel caso in cui…

E si è concretizzato martedì, quel caso, con notizie in costante aggiornamento fino alla definitiva: l’Italia intera è zona rossa. Ancora l’attesa di un nuovo atto, quello in cui noi e tutti saremo liberi di tornare alla normalità, ognuno la sua.

Per tanti la normalità è lo stato di paziente oncologico in attesa di vincere la battaglia più dura e importante della vita. Che ai tempi del Coronavirus subisce ulteriori pesanti contraccolpi. Che strano, eh?

Chi è affetto da patologie pregresse gravi, somiglia a una farfalla, fragile e delicata, che va protetta sotto una campana di vetro perché più esposta a rischio. Tutto va riorganizzato, ripensato, cucito addosso a ogni singola vita perché sia protetta fino a quando… chissà. Non poter fare previsioni certe è un’altra delle condizioni con cui convivere.

Ma la forza della vita, l’attaccamento alla sua bellezza nonostante tutto, la solidarietà vera, di prossimità, resistono.

Come carbonare al telefono abbiamo parlato del disegno clandestino di Fabrizia: donare le sei mascherine che aveva a disposizione, ad altrettante persone che ne avevano bisogno più di lei. “C’è una donna che deve portare il marito a fare la chemio, non la conosco – raccontava al telefono -, ma sono riuscita a contattarla, gliele lascio alla porta. Poi si pensa”.

La sua, di seduta chemioterapica al Perrino di Brindisi, è prevista per la prossima settimana. Si farà come sarà possibile, ma tra chi lotta l’aiuto reciproco è la prima arma per sfangarla.

Un’altra mascherina a Manuela, amica pure lei. Vive a Veglie, per fortuna. Non ci sono varchi delle forze dell’ordine da superare in entrata o uscita dal paese e, se si incontrano in centro, l’assistenza domiciliare ad una persona malata è consentita, previa autocertificazione.

Fabrizia deve fare l’iniezione di eparina, ogni santo giorno da tempo,  gran parte dei medici condotti non effettua più visite domiciliari per ragioni di sicurezza, e Manu ha tocco leggero e mano delicata.

E prima di salire le scale che portano a casa di quella matta che spaccia mascherine, c’è sempre qualche “incartata” sull’uscio. La torta caprese dell’una e le rape ‘nfucate dell’altra, due asparagi selvatici e una zuppa di legumi annunciati preventivamente a mezzo sms.

Chi può fa.

È difficile spiegare. Non è sufficiente scrivere. Nella casa in cui Fabrizia vive con la figlia bambina e con dei cani che hanno molto di umano e molto poco di animale – Hydra è down, Carla cardiopatica e Bubi cieco-, la solidarietà è valore vero, qui si muove ogni giorno un microcosmo di storie. Quelle di un pugno di amiche che si amano forte assai e si sostengono. Ognuna coi suoi guai. Non vederci ogni giorno è doloroso, perché una di noi ora ne ha più bisogno.

Le videochiamate di gruppo ci salvano, l’autoironia e il coraggio di Fabrizia riuscita a scappare in banca per impellenze con una mascherina improponibile sul volto, sono una lezione. Per noi e per chiunque ami la vita. Anche così.

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