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Basta con il racconto del femminicidio che rende la vittima, ancora, e di nuovo, vittima

 

Per favore basta. Basta con i servizi in cui si va dal vicino a chiedere chi era l’assassino, per sentirsi rispondere “una brava persona”. Scriverlo. mandarlo in onda. O sentirsi dire che “era una coppia felice”. Cosa ne può sapere il vicino o il barista? Scrivete di lei piuttosto. Fateci sapere chi era questa vittima della violenza maschile. L’ennesima. Parlate di lei. Della sua vita spezzata. E non per adombrare il dubbio che, in fondo, se la sia cercata.

Nella trappola cadono anche le firme più blasonate. Si va in automatico. In fondo, la colpa è sempre della donna. La numero 95 di quest’anno. Ana, 30 anni, incinta, accoltellata, inseguita, riportata sul furgone, uccisa. L’assassino, l’uomo con cui Ana  aveva una relazione, occulta il cadavere in una discarica e va al bar, poi dal barbiere. A Partinico. Le cronache, nell’immediato, dopo l’arresto dell’uomo, si basano evidentemente sulla sua confessione, su quello che racconta lui o che riferiscono gli agenti. “Ana minacciava di rivelare la relazione alla moglie di lui”. “Ana gli aveva chiesto soldi”, adombrando un ricatto. Ecco dunque, se l’è cercata.

Altra la verita’ che emerge grazie ad articoli più accurati: Ana aveva infatti chiesto soldi anche a un’amica, un aiuto per una gravidanza difficile. Altro che ricatto.

E’ solo l’ultimo esempio di uno stile di racconto del femminicidio che rende la vittima,ancora, e di nuovo, vittima. Che cerca sempre una scusante per l’assassino. Un’informazione che cerca costantemente di stabilire un’empatia con il femminicida. E allora anche basta, no?  L’impegno di questi anni, di GiULiA e delle Commissioni pari opportunità di Fnsi e Usigrai, ha modificato la percezione del femminicidio nel lavoro di redazione. A cominciare dal riconoscimento del fenomeno, che fino a otto anni fa neanche c’era. Con il Manifesto di Venezia, le linee guida su come raccontare in modo corretto la violenza maschile contro le donne, sottoscritto da un migliaio di giornaliste e giornalisti, si cerca di portare il rispetto delle vittime al centro del racconto dei media. Di superare stereotipi e abbattere luoghi comuni maschilisti e misogini.

Al Forum delle Giornaliste, a Bari, il Presidente dell’Ordine Carlo Verna ha annunciato una nuova deontologia che intervenga sui femminicidio. Non siamo d’accordo. Abbiamo varato il Manifesto di Venezia perché non volevamo un’altra carta deontologica a tutela delle donne. che non sono un soggetto debole, come i minori, protetti dalla Carta di Treviso.

Abbiamo seguito la strada indicata dalla Convenzione di Istambul, ratificata dal Parlamento italiano, che all’articolo 17 invita i media ad adottare linee guida nell’ambito essenziale della prevenzione del femminicidio.

Ma soprattutto, anni di elaborazione e confronto, dentro Giulia e nelle commissioni pari opportunità del sindacato,  hanno radicato in noi la convinzione profonda che le sanzioni deontologiche sarebbero, in questo campo, un’arma spuntata. Giuste solo a mettersi in pace la coscienza. No, non è facendo del Manifesto di Venezia una carta deontologica, o richiamandone sue parti nel Testo Unico dei doveri del Giornalista,  che cambieremo l’informazione.

il cambiamento da fare è culturale e deve essere pervasivo. Non passa dalla deontologia, dalle sanzioni, ma dalla persuasione, dal riconoscimento di quali sono gli stereotipi radicati nella nostra cultura che come giornalisti continuiamo ad agire. Non c’è solo da abbandonare termini come “raptus, follia, passione” perché posso anche non usarli ma mandare analoghi, errati, messaggi. E come fa la deontologia a intervenire in questo campo, oltretutto? E’ un problema complesso e non vuole soluzioni semplici. All’Ordine dei giornalisti chiediamo di limitarsi a sottolineare, nel Testo Unico,  la necessità del rispetto della dignità della donna, in particolare nei casi di violenza come ribadito dal Manifesto di Venezia. E che ci siano misure concrete. A partire da un forte investimento per monitorare, con un Osservatorio, l’applicazione del Manifesto di Venezia, se si vuole davvero fare  del rispetto delle donne vittime di violenza,  da parte dei media, questione centrale dell’azione dell’Ordine. Chiediamo investimenti nella formazione: variamo, insieme, corsi di formazione, anche on line, sulla corretta narrazione del femminicidio, e sia inserito nel regolamento sulla formazione che i corsi sul Manifesto di Venezia abbiano il doppio di crediti. DI fronte a questa quotidiana strage di donne, e a tassi di violenza maschile (dallo stalking allo stupro) che sembrano persino in aumento, tutti dobbiamo fare la nostra parte.

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