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La rivolta repressa di piazza Tahrir e il coraggio di un popolo schiacciato dal regime

 

Arrivando al Cairo di giorno la prima cosa che colpisce è la cappa che ricopre la capitale egiziana, la città con il più alto tasso di inquinamento atmosferico, acustico e luminoso del mondo. Si respira un’aria pesante come il clima di tensioni dopo le repressioni delle rivolte che dalla prima settimana di settembre si sono animate in tutto il paese.
Migliaia gli arresti, centinaia solo a piazza Tahrir, innumerevoli le sparizioni forzate.
Il percorso che dall’aeroporto si estende verso il centro, lasciandosi alle spalle il leggendario basso Nilo, è un alternarsi di paesaggi disomogenei, fatto di centri commerciali con fogge fastose e kitsch accanto a innumerevoli edifici incompiuti di cemento misto a sabbia. Unica costante le parabole satellitari. Non c’è stabile, dal più fatiscente al più lussuoso, che non né ostenti almeno tre.
Avvicinandosi a Zamalek il traffico, un vero e proprio girone dell’inferno per driver e passeggeri, ti fagocita anche per ore.
Il Cairo è uno di quei luoghi dove ci si può perdere, fisicamente e non solo.
Nessuna realtà è più lontana dalla rassicurante organizzazione e dall’ordine architettonico del mondo occidentale.
L’immagine grigia, a volte cupa, di questa immensa metropoli con oltre 10 milioni di persone rappresenta plasticamente lo spirito di gran parte della popolazione egiziana. Quella che non accetta di vivere sotto la pressione di un regime abituato a stroncare con repressioni violente ogni forma di dissenso.
La china di instabilità e di autoritarismo intrapresa da tempo dall’Egitto appare ormai senza ritorno. Non solo per l’uso della tortura e delle ‘sparizioni forzate’ nei confronti di oppositori e attivisti da parte dei Servizi di sicurezza, di cui abbiamo sperimentato la spietatezza con l’omicidio brutale di Giulio Regeni, di cui ricorre il 25 gennaio il terzo anno dalla scomparsa, ma anche per la sistematica violazione dei diritti di tutti i cittadini e i continui arresti senza alcuna base giuridica.
Ormai è prassi che al momento del fermo dei malcapitati di turno non sia formulata alcuna imputazione e la loro detenzione preventiva sia prolungata ben oltre il consentito. Attendono anche mesi prima di comparire davanti a un giudice.
Lo sa bene Mohamed Lofty, per anni attivista e ricercatore di Amnesty International e direttore della Commissione egiziana per i diritti umani e le libertà, nonché consulente della famiglia Regeni e marito di Amal Fathy, arrestata l’anno scorso a maggio insieme al figlio di tre anni e allo stesso Lofty, che aveva potuto lasciare il carcere con il bambino grazie alla doppia cittadinanza, egiziana – svizzera.
Oggi Amal è a casa, con l’obbligo di firma una volta a giorno al posto di polizia vicino casa. Ha pendente su di sé una condanna a due anni per aver denunciato il sistema delle molestie sessuali in Egitto. La pena è sospesa ma non può lasciare il Paese.
“Non è sicuro da noi in questo momento, c’è grande tensione per le nuove rivolte contro al Sosi” racconta sorseggiando durante il nostro incontro al Cairo.
Il direttore di Ecrf ha subito intimidazioni quando si è rifiutato di riferire in merito alle indagini sul caso del ricercatore rapito, torturato e ucciso nel 2016.
E una minaccia terribile: “Questa decisione avrà conseguenze contrarie agli interessi tuoi e della tua famiglia”.
Il riferimento è chiaro. Sua moglie, condannata a due anni di prigione e al pagamento di una multa per aver diffuso, secondo l’accusa, notizie false e per aver pubblicato un video ritenuto ‘indecente’ sul suo profilo Facebook, è nelle loro mani e può tornare in carcere da un momento all’altro.
Uno dei motivi principali della detenzione prolungata di Amal è stato, in effetti, l’impegno di Lofty nella Commissione egiziana per i diritti e le libertà che si è occupata del caso dell’omicidio dello studente italiano e in generale il suo lavoro di denuncia sulle sparizioni forzate e sull’uso delle torture nelle carceri del suo Paese.
“Fermare il mio lavoro non porterebbe alla sicurezza di Amal e di mio figlio, al contrario mostrerebbe al governo che la sua tattica funziona.  Credo fermamente che il modo migliore per annullare questa persecuzione sia di non venir meno nel mio impegno” era stato lo sfogo di Mohamed poche settimane prima delle nuove pressioni da parte del regime che non ha mai smesso di contrastare. Ma il timore per i suoi cari è ora più pressante che mai.
Quello egiziano è tra i sistemi autoritari più spietati e duri.
Anche negli ultimi giorni in vista dell’anniversario di piazza Tahrir, importante quanto quello della vicenda Regeni, dove si ritrovarono il 25 gennaio del 2011 in 25 mila con una protesta che avviao la rivolta che portò alla caduta di Hosni Mubarak, il regime ha fatto scattare repressioni e retate verso chi voleva celebrare quei giorni.
Decine di oppositori e attivisti per i diritti umani sono stati arrestati nell’ultima settimana con lo stesso modus operandi adottato nei confronti di altrettanti fermati lo scorso novembre, per lo più affiliati al Coordinamento egiziano per i diritti e le libertà, un’organizzazione egiziana che contrasta gli arresti arbitrari, la tortura e la pena di morte.
Le continue violazioni dei diritti perpetrate in Egitto sono raccolte in un rapporto che mette nero su bianco ciò che le organizzazioni come Amnesty International denunciano da tempo: dal Cairo ad Alessandria esiste un unico canale giudiziario diretto che va dall’arresto alla condanna, passando per le torture finalizzate a estorcere ammissioni di colpevolezza o nomi di eventuali oppositori e attivisti anti governativi.
Il report che la ‘Commissione egiziana per i diritti e le libertà’ presenterà nelle prossime settimane, tradotto in italiano, francese, spagnolo e tedesco, illustra come il sistema di sicurezza egiziano passi dalle percosse all’applicazione di elettrodi per indurre scosse elettriche, allo stupro, compiuto anche con spranghe di ferro. Procedure autorizzate dal presidente dell’Egitto, l’ex generale al-Sisi, e attuate dagli appartenenti alla National security che sottopone i detenuti a violenti e coercitivi interrogatori lunghi dai tre giorni a una o più settimane. Alcuni per mesi.
Gli stessi che dopo una settimana hanno portato alla morte il nostro Giulio Regeni, che nulla aveva da confessare e forse per questo ha pagato con la vita.

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