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Trent’anni fa moriva a Losanna il  prolifico scrittore belga Georges Simenon, una vita da romanzo (grazie a Maigret)

 

Per scansare l’accusa, del resto  mai provata, di collaborazionismo con i nazisti nella Francia occupata, Georges Simenon  subito  dopo la Liberazione, se ne partì proprio per quegli  Stati Uniti da dove Charles Chaplin aveva dovuto allontanarsi per sottrarsi alle assurde accuse di filocomunismo. Un destino comune, sia pure al contrario, unisce il cineasta inglese e il maggiore scrittore  francese del Novecento: due grandi esuli della cultura mondiale.

L’autobiografia di Georges Simenon,  Mémoires intimes, è del 1981. Un diario quasi giornaliero che lo scrittore cominciò tre anni dopo il suicidio dell’amatissima  figlia  Marie-Jo, e dopo un decennio di doloroso silenzio. I suoi ricordi, una sorta di lunga confessione in prima persona avendo come ideali interlocutori i  figli Marc, Johnny e Pierre, sono dedicati proprio a Marie-Jo, e il volume si completa con le affettuose lettere al padre e altri scritti della giovane che ebbe una breve ma tormentata esistenza. “Un giorno ti ho detto, e credo anche di averlo scritto, che un essere non muore del tutto finché resta vivo nel cuore di un altro…Perciò, dopo aver riflettuto a lungo e misurato le mie forze, oggi prendo la penna e su dei quaderni quasi uguali ai tuoi, che ho ordinato apposta, comincio a scrivere la storia di una creatura che amo  teneramente e che non sarà più morta per nessuno”. “Molti anni fa, nel 1941,  in un grande castello rinascimentale che avevo affittato in Vandea, un medico mi ha fatto una diagnosi sbagliata. Mi dava al massimo due anni vita a condizione di non lavorare, stare a letto non so più quante ore al giorno, non fumare né fare l’amore. Avevo trentotto anni ”. Con buona pace di quel mediconzolo di provincia, Simenon è vissuto altri 48 anni.

 

 La prima moglie

“Ero cronista alla Gazette de Liège  e per caso entrato in contatto con un gruppo di giovani imbrattatele, come  allora venivano chiamati i giovani pittori usciti freschi  freschi dall’Accademia o che vi frequentavano gli ultimi corsi. Tramite loro avevo conosciuto  una ragazza, Régine Renchon. Poiché quel nome, Régine, non mi piaceva, l’avevo ribattezzata Tigy, una parola che non voleva dire niente e comunque non “regina”! Era piuttosto alta, portava un cappotto scuro, ampio,  di linea sciolta e scarpe con il tacco basso. Sui capelli, scuri anch’essi, divisi da una riga e raccolti in due bandeau, metteva  di solito  un basco della stessa stoffa e colore del cappotto. Niente pizzi, ricami, fronzoli. Camminava a passi lunghi e decisi senza guardarsi intorno  e teneva gli occhi, ombreggiati da folte sopracciglia, sempre fissi in avanti. Aveva un’intelligenza vivace  e vaste cognizioni, specie nel campo dell’arte e nel piccolo cenacolo che avevamo  formato le sue battute incisive, sempre briose  e a volte improntate ad una leggera ironia, impressionavano tutti. Fu un colpo di fulmine? No, ma ricercavo la sua compagnia, fantasticavo sempre su due ombre dietro  una tenda debolmente illuminata e pensavo che sarebbe stato bello ritrovarmi, alla sera, con lei, al riparo di quella tenda, essere una delle due ombre. Dopo tre mesi,  durante i quali passavamo una sera alla settimana nel suo atelier che aveva sostituito La Caque di cui ho parlato in diverse circostanze, presi ad andare  regolarmente ad aspettarla alle nove, all’uscita dell’Accademia dove lei seguiva delle lezioni di nudo. Poi, tenendola sottobraccio la riaccompagnavo a casa  scegliendo le strade meno illuminate e meno affollate e ci fermavamo, sì, per baciarci  ma per lo più parlavamo di Fidia e Prassitele, di Rembrandt e Van Gogh, di Platone, di Villon, di Spinoza e di Nietzsche. Amore? Probabilmente sì, ma soprattutto intellettuale, in cui ha finito poi per entrare anche la carne, ma senza frenesia né estasi…

Quando incontrai Tigy avevo diciassette anni. Ne avevo diciotto quando, anticipando il servizio militare  mi trovai a far parte, in un gelido inverno, delle truppe di occupazione della Rote Kaserme, a Aix-la-Chapelle,  e li vidi le donne fare la spesa spingendo una carriola piena di banconote  da cento, da mille e poi da milioni di marchi, mentre noi, rapati a zero, pranzavamo nel più lussuoso  ristorante della città con la nostra paga di  venticinque centesimi belgi. Era il 1921. Ogni giorno, comunque, con le dita intirizzite,  scrivevo una lunga lettera a Tigy, qualche volta anche due, e penso che le abbia conservate. Quelle lettere erano un inno all’amore perché il mio cuore ne era colmo. Più tardi ho capito che si trattava di un inno alla donna in genere più che ad una donna in particolare. Confesso che mi piacerebbe rileggerle, quelle frasi  ardenti, le più romantiche, credo, che abbia mai  scritto…

Avevo diciannove anni. Pochi giorni dopo lasciai Liegi per Parigi, dove mi era stato promesso un posto di segretario presso uno scrittore molto noto all’epoca e oggi dimenticato”

Il primo romanzo

La ragazza dipingeva e cercava di vendere qualche quadro in un atelier improvvisato. Il giovane Simenon le girava intorno senza aver nulla da fare. “Come sei  nervoso!” mi diceva Tigy in place Constantin-Pecquer. “Mi spaventi i clienti…Va un po’ a sederti in un caffè o a fare una passeggiata”. Ho seguito il suo consiglio e mi sono seduto ad un tavolino all’aperto di rue Caulaincourt dove ho scritto il  mio primo romanzo  popolare, Le roman d’un dactylo, non senza averne prima letti alcuni  pubblicati dallo  stesso editore per vedere  com’erano. Il romanzo è stato accettato da Ferenczi  che me ne ha commissionati altri di lunghezza e dimensioni diverse e poiché continuavo a scrivere  molto rapidamente  ho  ben presto ampliato la mia  attività estendendola  a quattro o cinque case editrici parigine. Ogni collana aveva i suoi tabù. In alcune non era ammessa la parola “amante”, in nessuna si faceva l’amore ma “le labbra si incontravano” e parlare di un “abbraccio” era il massimo dell’audacia….Romanzi rosa per sartine, con tanta infelicità e tante lacrime. Ma anche tanto amore con matrimonio finale. Le fiancée aux mains de glace, Miss Baby, perché   ero diventato l’amico, come si diceva appunto in quel romanzo di Josephine Baker, che avrei sposato   se non mi fossi rifiutato  io, che non ero nessuno,  di diventare il signor Baker. E sono perfino andato con Tigy  a rifugiarmi dell’isola di Aix, davanti alla Rochelle, per cercare di dimenticarla (ci saremmo rivisti solo trent’anni dopo, a New York, sempre altrettanto innamorati l’uno dell’altra). Battevo a macchina fino a ottanta pagine di romanzo al giorno così che in confronto  agli inizi stavamo diventando  quasi ricchi”. 

Il primo Maigret

Secondo i biografi, Simenon ha scritto il suo primo “Maigret” nel 1929  mentre, a bordo della barca Ostrogoth che si era fatta costruire su propri disegni, stava viaggiando  per diporto sui canali tra Francia e Germania.  Nell’autobiografia lo scrittore precisa, invece, di aver cominciato a scrivere mentre l’Ostrogoth era in  darsena perché aveva bisogno di riparazioni. Il suo racconto è puntiglioso e insieme ironico: “Siamo tornati a Delfzijl dove ho scoperto che la mia barca, costruita con legno fresco invece che stagionato  come mi avevano garantito,  aveva bisogno di essere rincatramata. Il che significa che avrebbero issato l’Ostroght  a terra dove uomini in tutta bianca si sarebbero dati da fare chissà per quanto tempo  conficcando stoppa fra le lamine  e le fiancate del ponte a suon di martellate  e trasformando la nostra silenziosa, ovattata cabina in una specie di campana. Non solo: avrebbero anche versato catrame bollente  nelle fessure. Altre imbarcazioni, vicino alla nostra, subivano  lo stesso trattamento assordante e, tuttavia, avrei considerato un po’ un’umiliazione sistemarci in albergo. Ma avevo bisogno di scrivere come ne avevo bisogno a quindici anni  e come ne ho bisogno adesso a settantasette. Con la sera tornava la pace, gli operai rientravano nelle loro case e noi potevamo cenare e dormire tranquillamente a patto  di alzarci  presto al mattino. Ma ci eravamo abituati. Gironzolando intorno al porto  trovai la soluzione. Al di  là di una chiusa, scoprii un canale dalle acque stagnanti che ormai serviva solo a convogliare verso la terraferma tronchi d’albero galleggianti su quasi tutta la superficie del canale. E una vecchia chiatta abbandonata sul ciglio di un’alzaia dalla vegetazione lussureggiante in mezzo alla quale sorgevano  piccole case bianche rosa. In quella chiatta mezzo marcia dove scorrazzavano i topi,  raccolsi delle casse racimolate un po’ qua un po’ là, piazzai la macchina per scrivere sulla  cassa più alta, ne scelsi una più bassa per sedermi  e appoggiai i piedi su altre casse ancora più basse che emergevano appena dall’acqua stagnante. E, due giorni, cominciai un romanzo che pensavo sarebbe stato un romanzo popolare come gli altri, o magari qualcosa di diverso e invece segnò, insieme a Pietr-le-Letton, la nascita di un certo Maigret che (ancora non lo sapevo) doveva ossessionarmi per molto tempo e cambiare radicalmente la mia vita. Due anni dopo, quando la serie di quei romanzi  avrebbe cominciato ad uscire mensilmente, io non sarei più stato un dilettante, ma un vero scrittore, un autentico professionista. E dopo altri due anni avrei abbandonato il poliziesco per scrivere romanzi come La maison du canal, Les gens d’en face, L’Ane-Rouge, Le Pitard, e altri ancora. Insomma, a Delzijl, non lo sapevo neanch’io,  avevo creato quel Maigret che  mi avrebbero costretto a richiamare in servizio ogni volta che avessi deciso di metterlo in pensione”.

 

Tre donne

  1. Simenon sta vagabondando da uno stato all’altro in un viaggio che per il figlio, il piccolo Marc, sarà un’esperienza indimenticabile. Ma lo scrittore non è solo, stavolta viaggia addirittura con tre donne: la moglie Tigy da cui si sta praticamente separando, la segretaria-amante D. (non meglio identificata nell’autobiografia) con la quale ha una movimentata relazione, e la frizzane Boule, una ragazza belga che conosce fin da piccola e che vive in casa come cameriera-bambinaia e con la quale va a letto ogni volta che capita l’occasione. Simenon era famoso, come si sa, per le innumerevoli amicizie femminili e per un maniacale bisogno di rapporti intimi con donne di ogni genere, non escluse le prostitute o quelle di bassa levatura. Lo spiega lui stesso: “Sempre in tutta la mia vita ho avuto grande curiosità pe ogni cosa, non solo per l’uomo che ho guardato vivere ai quattro angoli della terra, o per la donna che ho inseguito quasi dolorosamente, tanto era forte e spesso lancinante il bisogno di fondermi con lei”. Ed eccomi alle prese con tre donne che dovranno  vivere  insieme e andare possibilmente  d’amore e d’accordo. Io e D. portiamo Boule a visitare la città e capisco che Boule si domanda quali saranno i suoi rapporti con quella giovane donna dalle trecce nere che lei conosce  solo attraverso le mie lettere e che dorme nel mio letto, giusto sotto la sua  testa. Non c’è calore negli sguardi che le due si scambiano ma solo curiosità. Scoppierà la guerra o sarà guerra fredda? Ed eccomi, mio caro Marc, con ben tre donne intorno , tre donne che faranno a gara per prodigarti affetto e attenzioni. Tre donne diverse in tutto e per tutto: una è tua madre  che ovviamente ti ama, ma è sempre un po’ rigida  come quando l’ho conosciuta, per la sua difficoltà di esternare i sentimenti. Ha mai giocato con un bambino? Del resto, ha deciso di averne uno sulla soglia dei quarant’anni, e manterrà sempre, nei confronti della maternità, un certo imbarazzo. Boule, invece, ti ha in qualche modo adottato fin dalla tua più tenera età, quando ha cominciato a chiamarti “il suo ranocchietto”. Nella sua numerosissima famiglia, a cinque o sei  anni, una bambina si prendeva già cura  di un fratellino più piccolo che diventava la sua “lumachina”. Se Boule non ti ha chiamato così è stato per un istintivo senso di pudore, perché anche tu ti trascinavi  a quattro zampe nel tuo box dalle sbarre  di legno bianco .Tigy è stata mia moglie per più di  vent’anni  e durante i tre di fidanzamento i nostri rapporti erano gli stessi che dopo il matrimonio. Poiché mi sono fidanzato a diciassette anni, in fatto di priorità lei batte tutte le altre, anche perché solo lei è diventata la mia legittima consorte. Quanto alla terza donna è e resterà  sempre per le altre due la nuova, l’estranea, l’usurpatrice. E questa, come ha detto tua madre  quando hai avuto la tonsillite, è D. che dorme nel mio letto e mi accompagna ovunque io vada. Anche lei ti colma di attenzioni e di coccole, ti aiuta a fare i compiti e a studiare le lezioni perché Tigy, nonostante la sua buona volontà, non imparerà mai bene l’inglese, mentre Boule, del tutto istintivamente, se la caverà ben presto meglio di lei. Che cosa pensi, ragazzo mio,  davanti a questi tre volti di donna che ti sorridono? E di tuo padre che li osserva con un’ombra di preoccupazione, temendo di vedere incrinarsi questa pace che sa essere così fragile?”

A Hollywood

“A Tucson, in Arizona, ci arriva un invito firmato da Alexandre de Manziarly, console generale di Francia, per un ricevimento a Hollywood. La cena avrà luogo nel ristorante più famoso della città, il Romanoff, diretto da un certo Romanoff  (niente a che vedere con la famiglia degli zar). I giornali ne parlano spesso. E’ un posto esclusivo frequentato solo da divi, registi e produttori di fama, e per entrare bisogna vere tutte le carte in regola….Finalmente arriviamo al Beverly Wilshire Hotel, un grande albergo mozzafiato; dal bar, dal salone, dalla sala da pranzo e da qualsiasi punto ci  si affacci si vedono, attraverso ampie vetrate, ragazze e ragazzi  abbronzati  che si tuffano e nuotano in piscina, mentre altri giovani sorseggiano  long drink sotto gli ombrelloni. Dobbiamo farci dare due camere comunicanti, che si trovano per lo più nelle suite con tanto di salotto. Il fatto è che io e D. non siamo sposati e nel 1947 l’America è ancora molto puritana. Gli albergatori rischierebbero pesanti sanzioni  se dessero un’unica camera a una coppia irregolare facendosi così “complici  del peccato”… Il portiere ci indica la strada  per arrivare al Romanoff e D. mi guida.  La grande sala da pranzo è già molto  affollata  e quasi tutte le facce ci sembrano  familiari perché le abbiamo viste sullo schermo. Manziarly ci si fa incontro e  ci accompagna ad un immenso bar, dove troviamo visi ancora più noti. C’è Charlie Chaplin, al quale veniamo subito presentati, poi  c’è un altro Charlie, Charles Boyer, che, come Chaplin, diventerà mio amico.

“Jean!”. Il vecchio amico Renoir è un po’ come un fratello per me e il suo faccione simpatico non è cambiato.

“E allora, Georges, vecchio mio?…

” E’ Jean-Pierre Aumont che ho conosciuto giovanissimo  negli anni Venti ed è stato mio ospite a Porquerolles. Sono tutti molto allegri e c’è sempre qualcuno  che vi mette in mano un bicchiere con qualcosa di ghiacciato….Siedo vicino a  Charles Boyer che mi invita a casa sua. Dove ci portano dopo? In casa di Manziarly, credo. Nel salone Chaplin   si mette al piano, un pianoforte a coda,  e per quasi un’ora ci canta in modo splendido antiche ballate inglesi”.

Mai whisky

A Reno, nel Nevada, appena divorziato da Tigy e subito risposato con D., Simenon  entra con la moglie “in un bar con l’aria condizionata dove  fa quasi freddo come in tutti gli edifici di Reno, e lei mi domanda, mentre il barman aspetta che ordiniamo: “Permetti che prenda un whisky?”. Perché no? Per me birra. Due whisky e due birre. Perché  vedi Marc   e anche tu Johnny, io no ho mai “marciato” a whisky, come lei avrebbe in seguito raccontato a voi e dichiarato  ai giornalisti. Non si è mai vista una bottiglia di whisky sulla mia scrivania o vicino alla mia macchina per scrivere. Durante  la mia infanzia e la mia adolescenza in casa dei miei genitori, non c’era vino in tavola e solo a diciassette anni ho bevuto la prima birra (inglese) offertami da  un amico della Gazette. Quando ho mangiato  per circa un mese ai Diners de Paris  per tre franchi e cinquanta  tutto compreso, antipasto, piatto del giorno formaggio e dessert per quel prezzo mi spettava anche un quartino di rosso. Più tardi,  quando scrivevo  ottanta pagine di romanzo popolare al giorno mi tenevo su, ovunque mi  trovassi, con del vino bianco locale. Il tipo di bevanda cambiava, come per Maigret, a seconda della regione o del clima;  a Porquerolles, per esempio, era il vino rosè che mi aiutava a scrivere. Più avanti, su consiglio del mio vecchio amico,  professor Pautrier, ho bevuto soprattutto bordeaux. “Due bottiglie di bordeaux al giorno, non di più, nè troppo giovane né troppo stagionato”. Alla Richardiere  i fattori della zona  arrivavano a bere dieci litri di vino locale al giorno, e la cosa sembrava naturale a tutti. Quando scrivevo i miei “romanzi romanzi”, come li chiamavo allora per distinguerli dai Maigret,  andavo avanti a forza di caffè  o tè il che non mi impediva di bere, poco dopo, una o due birre.  In seguito ho lasciato perdere la birra ma quando mettevo la parola fine a uno di quei romanzi, mi concedevo una bottiglia di champagne. In Francia non ricordo di aver bevuto whisky  né da Fouquet, né altrove, men che meno a casa. E quando si beveva fra amici preferivo l’acquavite. E’ stato a New York, per far compagnia a D. che ho bevuto whisky, a volte troppo, comunque  sempre meno di lei. Come pure a Sainte-Marguerite-du-Lac- Masson,  tranne quando stavo scrivendo.  Non intendo difendere la mia causa, ma si sono diffuse tante leggende su di me e ho visto quanto siano dure a morire.  Se mi sono lasciato andare a questa digressione è perché la diceria sulla mia propensione al whisky, messa in circolazione da D. ha fatto molto male a voi due, figli miei, e agli altri due che sarebbero nati dopo. Ci pensavo già quella mattina, dopo il nostro matrimonio bevendo la mia birra  ed è per questo che ne parlo qui”.

 

“Mi rilasso scrivendo un Maigret, come ogni volta che, per una ragione o per l’altra, non me la sento di affrontare un romanzo, più arduo. E’ stato così per tutti Maigret, tranne i primi diciotto: quelli li ho scritti al ritmo di uno al mese. E’ anche vero che scrivevo  due capitoli al giorno , uno al mattino e l’altro al pomeriggio, cosi che alcuni di quei romanzi li ho finiti in tre giorni. Era rilassante per me piazzarmi  davanti alla macchina per scrivere  e ritrovare il mio bravo commissario, cercando come lui di risolvere un caso senza sapere fino all’ultimo  capitolo quale sarebbe stata la conclusione dell’inchiesta”.

 

“Da un po’ di tempo  psicologi, psicanalisti, biografi di diversi paesi che per lo più non mi hanno mai incontrato  di persona e dei quali  solo pochi mi hanno scritto, si sono messi in testa di  “scoprire la mia verità” attraverso i miei romanzi  e i miei personaggi .  Ora mi conosco abbastanza per affermare che si sono sbagliati tutti quanti, e che solo uno o due di oro sono arrivati  a una mezza verità. Se mentre scrivevo un romanzo mi sono sempre messo nei panni dei miei personaggi, loro, se così posso dire  non si sono mai messi nei miei; più esattamente nessuno di loro mi ha mai rispecchiato. Mi è accaduto di scrivere storie solari e serene in periodi difficili e creare opere tragiche in epoche felici”.

 

Un colpo di pistola

Grazie a Maigret e a quasi cinquecento romanzi, George Simenon nato da una famiglia poverissima (come Charlie Chaplin) ha poi avuto una vita, è il caso di dirlo, romanzesca e da gran signore: ha abitato 33 case, fra appartamenti di lusso, ville da miliardari, perfino un castello, fra il Belgio dov’è nato, l’America dove  ha fatto fortuna, la Francia che lo ha naturalizzato e la Svizzera dov’è morto. Con una famiglia sempre più numerosa (due mogli, quattro figli,  una cameriera-segretaria di  origine friulana, Teresa che lo ha assistito fino all’ultimo senza aver nulla a pretendere, a differenza della prima moglie che gli ha imposto un onerosissimo divorzio, e la seconda,  malata di mente, che lo ha quasi ridotto sul lastrico), molti nipotini e una quantità indefinibile di donne fugacemente incontrate e frettolosamente amate, con un train di vita  da paperone (un parco macchine capeggiato da una Rolls Royce, costosissime cliniche, alberghi a cinque stelle (quando la definizione indicava il livello del lusso e non, come oggi in Italia, una confusa idea politica) e numeroso personale di servizio (fra segretarie, autisti, cameriere, cuoche, bambinaie, infermiere e giardinieri). Una vita da nababbo, si direbbe, eppure da un certo punto in poi costellata da drammi. Il più  grave il suicidio dell’amatissima figlia Marie-Jo che a venticinque anni non ha retto ad una profonda depressione e si è sparata un colpo di pistola al cuore, nella sua casa parigina. Quel giorno Simenon era a Losanna, lo ha saputo dal telegiornale.

Aprendo il suo libro di Memorie intime,  il 16 febbraio 1980 ha scritto: “Piccolina mia, so che sei morta eppure ti scrivo e non è la prima volta che lo faccio. Te ne saresti voluta andare con discrezione, senza disturbare nessuno. Invece la tua morte ha messo in moto  una quantità di ingranaggi burocratici e non solo tanto che ancor oggi notai e avvocati cercano divenire a capo di alcuni problemi sollevati dall’ostinazione di tua madre, che forse prima o poi saranno risolti dai tribunali.  A dare l’allarme è stato il nostro buon amico il dottor Martinon, di Cannes, con il quale avevi un appuntamento telefonico  per venerdì 15 (si tratta in realtà del venerdì 19 maggio 1978. n.d.t.). Il tuo apparecchio suonava a vuoto. Martinon continuava a chiamare e alla fine gli hanno detto che la linea era interrotta. All’alba ha telefonato a Marc, quello dei tuoi fratelli che vive più vicino a Parigi;  Marc e Mylene (Demongeot, l’attrice francese piuttosto nota in quegli anni n.d.t)  si sono precipitati a casa tua  sugli Champs Elysées e hanno trovato la porta chiusa dall’interno. Poiché il portinaio non possedeva una copia delle chiavi, si è dovuto ricorrere al commissariato di zona che è  arrivato immediatamente e ha chiamato un fabbro. Il tuo appartamento era impeccabile, ordinato e pulito come se, prima di andartene, tu avessi fatto le pulizie di fino, lavato a stirato vestiti e biancheria. Ogni cosa era al suo posto e tu eri sdraiata sul letto con un piccolo foro rosso nel petto.. Da dove veniva la calibro 22 a un solo colpo? Chi aveva comprato le cartucce?”

Georges Simenon è morto  Losanna trent’anni fa, il 4 settembre 1989.  Aveva 86 anni. I suoi libri continuano ad essere pubblicati in molti paesi europei e del resto del mondo, i suoi editori (in Italia Adelphi  e Feltrinelli, anche su ebook)) continuano a fare ottime vendite. Dei diritti di autore si occupa una fondazione  il cui logo è il profilo stilizzato dello scrittore con tanto di pipa in bocca.

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