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Politica e vagabondaggio

 

Meno male che il reato di vagabondaggio non c’è più nel nostro paese da decenni. Meno male perché oggi proprio i nostri politici, primo fra tutti il titolare del Viminale, potrebbero esserne accusati. Ammetto di essere stato moderatamente sollevato dall’apertura della crisi di Governo: l’insipienza al potere, il netto contrasto tra le azioni sbandierate e quelle fatte, i pesanti conti dello Stato e i rating in calo, le distanze sempre più ampie dall’Europa, il divieto di far domande con i  giornalisti costretti a rilanciare tweet, un mondo di speranze da Superenalotto (ormai finite in quel di Lodi) e troppe persone che dormono in un mucchio di stracci sotto un qualsiasi riparo in città. Poi c’è la paura dell’uomo nero, ripescata dai rimproveri per bambini, vero motore di ricerca del consenso a buon mercato. Tutto portava naturalmente a un distacco della spina. Chi voleva battere la povertà, abbassare le tasse, far ripartire l’industria, (solo quella che fa titolo non le aziende medie e piccole che chiudono i battenti ogni settimana) sembrava ormai in preda a una sbornia di allucinogeni.

E adesso che si fa? Il Capitano ha tirato in porta ma non ha fatto gol, ha detto che andava avanti da solo e adesso cerca alleati; un vecchio premier dice che il suo attuale successore è stato insignificante, “vice dei suoi vice”, nemmeno Crozza era arrivato così in profondità e si propone ai pentastellati nudo e crudo, dimentico di quante volte gli hanno detto che l’insignificante era lui e di come lo presero allegramente a portate in faccia. All’urlo di “tagliamo i parlamentari” si rilancia sul piatto del populismo becero. Personalmente non voglio meno parlamentari, voglio parlamentari che valgano di più. Poi, se sono troppi, provvederanno loro stessi a ridimensionarsi. Chiederlo adesso a gente che stava appena facendo la bocca a guadagnare in un mese quello che prima portava a casa in un anno è idiota follia. La follia può essere anche geniale, questa no.

Tutti contro tutti ma sempre tutti pronti alla foto di gruppo. Oggi nella triste cerimonia per ricordare il crollo del ponte Morandi, soprattutto le quarantatré vittime, non ardite manovre di cantiere, un momento di vera commozione rischiava il retrogusto di tanti episodi di una campagna elettorale mai finita. Gli applausi però erano tanti e per il Capo dello Stato. Infatti tutti dicono di aver fiducia nel Colle più alto, nella saggezza del Presidente Sergio Mattarella, lo dice anche chi lo voleva passare a fil di impeachment solo pochi mesi fa.

La saggezza del Presidente è fuori discussione ma qui gli viene chiesto di trasformare il piombo in oro, (Cagliostro ci spese una vita inutilmente) di far vedere una via ai ciechi e soprattuto di dare coraggio a un popolo che poco più di un anno fa per paura, giocando come se in palio ci fosse una vittoria a Monopoli, ha sbandato. Ha puntato su un mondo messo insieme da un ex comico (che non faceva più ridere) e un visionario (di cui oggi ci resta il figlio). Per far potere puntavano sull’odio e sul “basta”, qualche “vaffa” e tante promesse di cambiamento. Basta e cambiamento: fascini, tentazioni, mai sopite in nessuna repubblica democratica al mondo, solo che, prima di buttarsi tra le ortiche altri popoli avrebbero verificato lunghezza e spessore dei calzoni. Qui invece no, incuranti delle braghe di tela ci siamo cascati dentro e adesso son pruriti. Si stava meglio quando si stava peggio è sempre dietro l’angolo ma non vuole dire nulla. A quale tempo, èra, ci si riferisca non è mai chiaro. Di chiaro c’è che oggi la crisi di governo è una mano di poker al buio, un azzardo con aumento dell’IVA, nuove tasse, rincari di bollette e persino minacce di arraffamenti in cassette di sicurezza pronti a colpire. Ricordate? Il ratto su quello che restava l’unico rifugio per risparmi regolarmente intaccati dalle banche non più tardi di tre mesi fa finiva sparacchiato sui social come un’idea intelligente per recuperare tasse. Di questo passo anche i “marenghini” della prima Comunione o Cresima sono a rischio.

Non resta che rifugiarci, in previsione del ferragosto che, ricordo, è il giorno nel quale si festeggia l’Assunzione in cielo della madre di Gesù, (decisa dalla Chiesa come Dogma nell’anno Santo 1950) in parole ancora più antiche. Le avevamo imparate a scuola e poi gli allucinogeni ce le hanno nascoste in una piega della memoria. Dante, Purgatorio, canto VI: «Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!». Buon ferragosto.

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