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50 anni fa Woodstock. Il primo grande raduno rock. E non solo

 

Woodstock, “tre giorni di pace amore e musica” che nell’immaginario collettivo durano giusto da mezzo secolo. La buona notizia è che non ci sarà Woodstock 2019. Il tentativo di organizzare il concerto celebrativo dei cinquant’anni c’è stato, ma è miseramente fallito. Molto meglio così. Sarebbe stata una pallidissima, patetica replica, cannibalizzata dal business, esattamente come lo furono quelle del ‘94 e del ‘99, in occasione rispettivamente dei venticinque e dei trent’anni dal festival. Sarebbe stato il Woodstock dei selfie, di facebook, delle multinazionali discografiche e televisive. E non ne sentivamo proprio il bisogno.

Woodstock “quello vero” fu invece tutta un’altra storia. Negli Stati Uniti in realtà fu la fine di tutto, il tramonto della “summer of love” che avrebbe dovuto cambiare il mondo. E invece, una settimana dopo la strage di Charles Manson nella villa al 10050 di Cielo Drive, a Bel Air, sembrò il canto del cigno.

Madre (o padre, vedete voi) di tutti i raduni giovanili. Sogno di una nazione alternativa, di un mondo diverso e migliore. Grande esperienza collettiva ma anche gigantesco esperimento di business: la comunità rock che fa le prove generali per diventare mercato globale del rock. Punto più alto della controcultura giovanile, all’incrocio fra musica e politica, sull’onda del movimento contro la guerra nel Vietnam che due anni prima aveva portato mezzo milione di persone in piazza a Washington. E al tempo stesso funerale dei sogni e degli ideali e delle utopie degli anni Sessanta. The dream is over, il sogno è finito, come cantò di lì a poco John Lennon.

Quante cose è stato Woodstock. In quel ’69 dello sbarco sulla Luna, dell’inizio della presidenza Nixon, di Jan Palach che si immola a Praga, della morte per droga di Brian Jones (prima di una lunga serie di rockstar), dell’ultimo concerto dei Beatles sul tetto londinese della Apple. Da noi dell’autunno caldo e della bomba di piazza Fontana.

Woodstock fu il primo grande raduno rock. Prima c’era stato, nel ’67, Monterey Pop: poco più di una prova generale. Nel week-end di ferragosto del ’69 gli organizzatori aspettavano cinquantamila persone. Ne arrivarono cinquecentomila. Qualcuno dice un milione. E manca la controprova dei biglietti venduti (fermi ai 186 mila abbonamenti staccati in prevendita), visto che a un certo punto, davanti alla calca oceanica, fecero entrare quasi tutti gratis. Infatti ci guadagnarono in tanti, in tantissimi, tranne gli organizzatori.

La storia della leggendaria ”tre giorni”, che si svolse fra il 15 e il 18 agosto 1969, è fatta anche di piccole cose: numeri, particolari, curiosità, aneddoti, che vanno ad aggiungersi ai tanti dischi, film, documentari, libri sull’argomento.

Ma come nacque, come si svolse in quell’estate di quarant’anni fa Woodstock? Tutto cominciò quando Michael Lang e Artie Kornfeld , che stavano progettando di allestire uno studio di registrazione nel villaggio di Woodstock, a due passi da New York, videro sul giornale un annuncio economico nel quale John Roberts e Joel Rosenman si dicevano interessati a ”opportunità legali di investimento e proposte d’affari”.

Li contattarono e nacquero l’idea del festival e un’apposita società, la ”Woodstock Ventures”. Il festival era dunque una mera impresa commerciale, altro che cultura hippy, altro che ”pace amore e musica”. Affittarono per diecimila dollari un terreno nella contea di Orange, alle autorità locali dissero che avrebbero organizzato un concerto con la partecipazione di cinquantamila persone, ma gli abitanti del luogo si opposero all’iniziativa. Che dunque cercò casa un po’ più in là, a Bethel, nella contea di Sullivan, una cittadina rurale a settanta km a sud-ovest di Woodstock. Dove un allevatore, certo Max Yasgur, fiutò l’affare e accettò di affittare il suo terreno (completo di stagno, poi passato alla storia per il bagno collettivo ”nature”…) per 75 mila dollari. Altri 25 mila dollari furono pagati ai proprietari di un terreno vicino per allargare la zona a disposizione del festival.

Sembrava dovesse essere un festival di provincia, venne pubblicizzato come ”An Aquarian Exposition” (in quegli anni si attendeva l’inizio dell’Era dell’Aquario, come cantavano i ragazzi del musical ”Hair”), ma il tam tam fra i giovani americani, in quell’estate in cui i social ovviamente non esistevano, battè più forte che mai. Con il risultato che, nell’avvicinarsi della data fatidica, l’affluenza verso la località designata fu superiore a ogni aspettativa: colonne e colonne di vetture puntarono su Bethel, bloccando in un unico ingorgo tutto il sistema viario dello stato di New York. La pioggia torrenziale fece il resto. Andò tutto bene, ma fu quasi per un miracolo.
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> Il concerto cominciò alle 17.07 di venerdì 15 agosto, con Richie Havens. Al quale seguirono altri trentuno, fra solisti e gruppi, protagonisti della scena musicale di quegli anni. Country Joe Mc Donald, John Sebastian, Santana, Who, Incredible String Band, Joan Baez, Arlo Guthrie, Ten Year After. E ancora Janis Joplin, Canned Heat, Mountain, Grateful Dead, Sly & the Family Stone, Creedence Clearwater Revival, Jefferson Airplane, Joe Cocker, Crosby Stills Nash & Young…

E soprattutto Jimi Hendrix. Che fu il protagonista dell’epica chiusura del festival. Nelle intenzioni degli organizzatori si doveva terminare domenica 17 agosto, ma il chitarrista nato a Seattle (e che sarebbe morto tragicamente poco meno di un anno dopo, il 18 settembre del ’70, a soli ventisette anni) aveva insistito per essere l’ultimo a esibirsi e salì sul palco alle nove del mattino di lunedì 18 agosto.

La maggior parte degli spettatori era già ripartita, e ”soltanto” ventimila persone assistettero a quelle due ore di performance, con l’inno americano fatto a brandelli dalla chitarra elettrica. Una straziante, allucinata versione psichedelica di ”Star Spangled Banner”, volutamente distorta in una provocazione diventata il simbolo della protesta pacifista giovanile contro la retorica patriottica, in un paese profondamente spaccato dalla guerra nel Vietnam.

Ma il festival visse anche di illustri defezioni. Gli organizzatori contattarono John Lennon per chiedere la partecipazione dei Beatles, che erano in via di scioglimento. Ma lui rispose che avrebbero suonato solo se fosse stata invitata pure la Plastic Ono Band, il gruppo di Yoko Ono. Non se ne fece nulla. Trattative anche con Bob Dylan, che all’epoca abitava a un tiro di schioppo dall’area del concerto, ma che alla fine rifiutò pare perchè infastidito dalla gran confusione che si stava creando vicino casa sua. Niente da fare neanche per Doors (avevano appena avuto dei guai con la legge per la presunta oscenità delle esibizioni di Jim Morrison), per i Led Zeppelin (il manager: «Dissi di no perché a Woodstock saremmo stati soltanto un’altra delle band in scaletta»), per i Procol Harum (stanchi dopo un lungo tour).

Fu comunque l’apice, la consacrazione della cultura hippy che stava uscendo dall’età dell’innocenza per entrare in quella del business. Alcuni artisti, sconosciuti prima di Woodstock, costruirono su quell’apparizione carriere miliardarie che in certi casi durano ancor oggi. L’icona dei ”tre giorni di pace amore e musica” fu replicata all’infinito, in mezzo mondo, grazie ai dischi ma soprattutto al film di Michael Wadleigh.

Oggi, mezzo secolo dopo, in assenza del concerto celebrativo, tocca a una miriade di rievocazioni dettare il ricordo, riscrivere ancora una volta l’autobiografia di una generazione che ha pensato di cambiare il mondo con la musica, che si è battuta per la pace, che ha appoggiato la lotta alla segregazione razziale e per i diritti civili, ispirando con le sue parole d’ordine le generazioni successive. In tutto il mondo. Il resto, tutto il resto, purtroppo è diventato soltanto business. E un mondo che si è trasformato, sì, ma non nella maniera che i ragazzi di allora avevano immaginato.

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