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Woodstock: cosa è rimasto in noi di quella storia?

 

Woodstock rimane un unicum. Un sogno irripetibile, un miraggio che appartiene ad altri tempi, a un’altra generazione, a un mondo in cui, nonostante tutto, c’era ancora la possibilità di immaginare un domani.
Il raduno canoro dei ragazzi di tutto il mondo, americani e non solo, nello stato di New York, per quattro giorni di musica, festa, trasgressione e sfrenata passione politica e civile, la musica intesa come arte e trasmissione di valori, il pubblico inteso innanzitutto come popolo e non ancora come massa, tutto questo non esiste più. È stato travolto dal liberismo, dall’individualismo, dalla violenza sottile ma pervasiva di quanti hanno predicato per decenni le teorie anti-sociali che hanno finito col distruggerci. È stato sconfitto dal pragmatismo cinico di quanti hanno condotto quasi all’estinzione le ideologie, in una sorta di resa collettiva che ci condanna oggi al trumpismo.
Woodstock è stato molte cose: una macroscopica orgia, in tutti i sensi, un luogo di contestazione e protesta, un simbolo, l’icona di un’epoca ma anche, ahinoi, l’ultimo atto di una speranza troppo fragile per sopravvivere alla barbarie che montava già allora.
I ventenni che si ritrovarono in quell’agosto di mezzo secolo fa furono per l’ultima volta esseri umani, prima di non poterselo più permettere, di trasformarsi in clienti, consumatori, masse indistinte, chiassose e volgari in cerca non di un sogno o di un’idea ma di un Messia consumistico volto all’arricchimento di pochi e alla progressiva schiavitù di una società devastata e annichilita nei suoi sentimenti più profondi.
Ci rimane Jimi Hendrix, la sua chitarra, il suo Inno americano suonato sulle note delle mitragliatrici che devastavano il Vietnam e il suo desiderio, condiviso, di pace. Oggi, al massimo, vedrebbe davanti a sé una folla a caccia di selfie e anche il suo grido si trasformerebbe in  uno spot pubblicitario che in tre giorni verrebbe archiviato per passare rapidamente al successivo. Se Hendrix è rimasto immortale, è perché, invece, davanti aveva una coscienza critica che fece sì che la sua denuncia giungesse al cuore dell’America e dei giovani in rivolta in ogni angolo del pianeta.
Ormai anche la protesta è stata derubricata a forma di spettacolo, cioè annientata e inserita in un sistema che tutto controlla, tutto divora e non lascia scampo agli utopisti.
Woodstock, cinquant’anni dopo: il dolore e il rimpianto per ciò che non sarà mai più. 

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