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Trivelle nel cuore dell’Amazzonia

 

Container di petrolio lungo il Rio Napo. Sedi delle compagnie internazionali dell’Oro Nero nel pieno della foresta ecuadoriana dove prima vivevano gli houarani che ancora
oggi rifiutano ogni contatto con il mondo esterno. È un’immagine violenta quella del filo spinato e dei militari a guardia dei pozzi in piena jungla: dagli anni Sessanta a oggi in Ecuador sono arrivati a 339 punti di estrazione sfruttati dalle compagnie straniere, prima americane, oggi cinesi (ma c’è anche l’italiana Eni a cercar petrolio in Amazzonia).
A nulla sono valse le promesse della politica – di Correa prima e di Lenin Moreno poi – e nemmeno l’istituzione delle riserve naturali. In quella dello Yasunì – dichiarata area Unesco e appositamente costituita per difendere la biodiversità – i nativi sono stati spazzati via per far posto agli impianti di trivellazione e alle strade per raggiungerli. Stesso destino poco più a sud, nella riserva di Cuyabeno, istituita nel ‘79 per garantire ai popoli nativi un’area protetta che gli consentisse di continuare a vivere senza contaminare il proprio stile di vita. Una sorta di recinto, o peggio, di gabbia, anche questa violata perché i confini dell’area protetta continuano a spostarsi seguendo il vento della politica e dei petrodollari/yuan. Luoghi piegati alla caccia dell’oro nero. La prima città di sfruttamento, Nueva Loja, il luogo in cui si sono insediati i primi lavoratori petroliferi, oggi e’ devastata da criminalità e prostituzione. Per tutti è Lago Agrio, Lago Amaro (come il Sour Lake in Texas, il lago acido).
Oggi c’è maggiore consapevolezza, anche grazie a CONAIE – la Confederacion de Nacionalidades Indigenas del Ecuador – e le comunità indigene hanno fatto diversi passi avanti sul piano politico, soprattutto contro l’esproprio delle terre indigene a vantaggio delle multinazionali. Dopo diverse sommosse popolari, il governo e’ stato costretto a fare alcune concessioni, restituendo 16mila kmq di terra ai gruppi indigeni nel ‘92 e riconoscendo loro maggiore rappresentatività nella nuova Costituzione del 2008.
Eppure i tradimenti sono continuati. Nel 2013 l’allora presidente Correa ha sconfessato l’accordo Yasunì-ITT Initiative (2007) che prometteva la rinuncia all’estrazione di 850 barili di petrolio in cambio di finanziamenti internazionali per 3,6 miliardi di dollari e l’azzeramento del debito per 13 anni. Cinque anni dopo per Correa i soldi non erano sufficienti, si è rimangiato tutto e sono arrivate nuove trivelle.
A gennaio 2018 l’attuale presidente Lenin Moreno ha firmato – contro ogni promessa elettorale – il nuovo piano di estrazione del petrolio: 97 ulteriori pozzi nel cuore del parco nazionale Yasunì da parte della compagnia statale Petroamazonas. È la seconda fase del controverso progetto Ishpingo-Tambococha-Tiputini (ITT), avviato nel 2016 da Correa: altre trivelle dentro il parco nazionale. Con le perforazioni del Tambococha-2, Petroamazonas ha intenzione di estrarre petrolio a 1.800 metri di profondità da una riserva stimata in 287 milioni di barili. Secondo Carlos Mazabanda, coordinatore di Amazon Watch in Ecuador “le trivellazioni a Yasunì contraddicono l’impegno di Moreno alle Nazioni Unite e le proposte di aumentare la protezione inserite nel referendum – ha dichiarato – tutto questo va contro la costituzione, che riconosce i diritti della natura e cerca di proteggere gli ecosistemi sensibili da attività che potrebbero portare all’estinzione delle specie, alla distruzione degli ecosistemi o alla permanente alterazione dei cicli naturali”.
Una scelta che oggi sembra bloccata dall’esito del referendum indetto dallo stesso presidente Moreno. Alla domanda sulle trivellazioni petrolifere “Siete d’accordo nell’incrementare la zona intangibile in almeno 50.000 ettari e a ridurre l’area di sfruttamento petrolifero nel Parque Nacional Yasuní da 1,030 a 300 ettari?” hanno risposto sì più di 6 milioni di equadoregni, circa il 70% della popolazione. Un sì dovrebbe significare, per il governo, bloccare lo sfruttamento dei blocchi 31 e 43 ITT e lasciare il petrolio dello Yasuní sotto terra. Un sì che dovrebbe impedire a Petroamazonas di cominciare a estrarre petrolio dal campo di Ishpingo, come avrebbe invece voluto il ministero degli idrocarburi.
Insomma indios e ambientalisti sembrano aver vinto una battaglia. Ma una parte del movimento ambientalista – come Roque Sevilla, presidente dell’iniziativa Yasuní ITT ed ex sindaco di Quito – ha molti timori: “nonostante la vittoria del sì al referendum – ha detto – il ministero dell’ambiente non ha la forza politica per negare le autorizzazioni per sfruttare il campo di Ishpingo. Sono di una prepotenza assoluta: dove c’è il petrolio lo si sfrutta, succeda quel che succeda”.
Difficile fidarsi quando ogni promessa e’ stato sconfessata. In Ecuador oggi 4 milioni di persone appartengono ai popoli nativi, oltre dieci gruppi etnici tra cui siona, secoya, cofán, quichua e shuar. Ancora oggi il tasso di povertà tra i popoli indigeni e’ dell’87% (sale al 96% nell zone rurali degli altopiani, secondo i dati della Banca Mondiale), sono scarse le speranze di superare lo stato di indigenza, il basso livello di istruzione, il minor accesso all’assistenza sanitaria di base. Eppure, era dei nativi la terra dell’oro nero. Era dei nativi la ricchezza che sta distruggendo il loro territorio, impoverendoli ancora di più. Le promesse di sviluppo si sono trasformate in scippo della terra – vere e proprie espropriazioni governative di massa -, deforestazione e schiavismo mascherato da lavoro sottopagato. Un assassinio continuo di futuro e di identità.
Ma c’è la storia dei Waorani, gli indigeni che non hanno voluto barattare la libertà col petrolio. A maggio hanno vinto in tribunale la causa contro il governo dell’Ecuador che voleva vendere 200mila ettari di Amazzonia all’industria petrolifera. Una storia di resistenza. Un precedente storico per i diritti di tutti i popoli indigeni.
Davanti a una evidente asimmetria informativa, che ha permesso a lungo alle compagnie petrolifere di fare il bello è il cattivo tempo, senza alcun vero controllo della stampa, è importante parlarne, dar loro voce, non lasciarli soli nelle loro battaglie.

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