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La lotta alla criminalità organizzata deve essere realmente una priorità assoluta

 

A Napoli la camorra spara quando e dove vuole. Un’altra bambina è stata gravemente ferita da un colpo di pistola mentre era in corso l’ennesimo regolamento di conti tra bande rivali che, da anni, spargono il terrore in tutti i quartieri della città, nessuno escluso (vi sono oltre 90 clan criminali).

Il capo della polizia Franco Gabrielli ha detto: “Napoli deve diventare una questione nazionale”; forse, avrebbe dovuto più correttamente dire che: “Napoli doveva, già da anni, diventare una questione nazionale”, se è vero, come è vero, che, già nel lontano 1984, Gerardo Chiaromonte ammoniva (senza esito) che “la questione camorra dovrà essere affrontata in Parlamento e dal Consiglio dei ministri”.

Il capo della polizia avrebbe dovuto, forse, suggerire al suo ministro – impegnato in una permanente campagna elettorale imperniata sullo slogan “Prima gli italiani” diretta a convincere i cittadini che la loro sicurezza è posta in pericolo dagli immigrati – che il pericolo non sono gli immigrati ma è la criminalità organizzata che ha occupato, oramai, quasi l’intero territorio italiano. Regioni come la Sicilia, la Puglia, la Calabria, la Campania sono state, e sono tuttora, “devastate” dalle organizzazioni criminali e, cioè, mafia, sacra corona unita, ndrangheta e camorra che, da anni, hanno sistematicamente assoggettato le popolazioni a estorsioni, intimidazioni, violenza, omicidi nel contesto anche del traffico di droga. 

Per quanto attiene specificamente la camorra, essa, attraverso decine e decine di clan criminali, ha occupato capillarmente i territori della Provincia di Napoli e Caserta, inquinando anche gravemente la politica. Qui la situazione è aggravata dalla micro-criminalità che, attraverso clan di giovanissimi, tiene giornalmente la città di Napoli sotto scacco, con scippi, rapine e furti. 

Ora, se questo fenomeno criminale si è esteso, è evidente che nessun governo, a partire dal dopo guerra, ha mai fatto seriamente la guerra al crimine organizzato e vi è stata, anzi, spesso connivenza e collusione tra politici, anche di alto livello governativo, e i sodalizi criminali. Ed, allora, un “cambiamento epocale” evocato dal premier Conte, deve necessariamente passare per due strade: la prima è una più incisiva azione repressiva con l’invio e la permanenza (non di breve durata, ma per anni) di un massiccio numero di appartenenti alle forze dell’ordine e di militari in quelle zone ad altissima densità criminale per “riconquistare” il territorio oggi occupato dalla criminalità e per presidiare aziende ed imprese i cui titolari sono sottoposti a sistematiche estorsioni o, in caso di rifiuto, a gravi rappresaglie, anche a rischio della vita. La presenza di tali forze dà tranquillità e sicurezza ai cittadini e infonde fiducia verso le istituzioni negli imprenditori motivandoli – sentendosi protetti – alla denuncia e alla collaborazione con le forze dell’ordine e con i magistrati. Senza questa presenza massiccia e costante è velleitario affermare, come fanno di continuo le Autorità, “lo Stato vi è vicino: denunciate”; “lo Stato sostiene e incoraggia chi decide di opporsi a questi atti intimidatori e decide di denunciare”. 

Ora, perché questo avvenga, i cittadini – che come diceva Giovanni Falcone non devono essere eroi – devono ricevere effettiva, reale protezione e tutela sia nel momento in cui coraggiosamente respingono la richiesta estorsiva sia quando decidono, sempre coraggiosamente, di denunciare gli estorsori.

Peraltro, la presenza costante delle forze dell’ordine e dei militari determina una diminuzione, addirittura del 50%, dei reati, come è avvenuto nel corso della isolata e remota operazione Alto impattonelle province di Napoli e Caserta in cui furono impiegati, ma per soli sei mesi, 5.000 uomini. Del resto, tale presenza, rendendo difficoltose operazioni di traffico di droga e l’imposizione del “pizzo”, fa scemare il flusso di denaro che alimenta la vita dei sodalizi mafiosi. 

La seconda strada è quella che bisogna, contestualmente, e una volta per tutte, affrontare con determinazione, sotto il profilo sociale, culturale ed economico, la “questione meridionale” ove è estesa la cultura, da un lato, della violenza e, dall’altro, del clientelismo e del malaffare ove, in definitiva, il fenomeno mafioso si salda con la corruzione. Bisogna, in altri termini, liberare le nuove generazioni dal ricatto del bisogno nelle vaste zone ove la dispersione scolastica è record a livello nazionale, ove i giovani vivono la strada e qui entrano in contatto con realtà criminali di ogni genere e ove le organizzazioni tramandano l’arte del crimine di padre in figlio. Servono scuole aperte anche di pomeriggio, asili nido, insegnanti, serve lavoro soprattutto nei contesti territoriali maggiormente segnati dal rischio di reclutamento camorristico.

E, allora, la lotta alla criminalità organizzata deve essere realmente una priorità assoluta (unitamente alla lotta senza quartiere all’evasione fiscale) dell’azione politica. È necessario intervenire prima che sia troppo tardi.

Ministro, che indossi, giornalmente e propagandisticamente, la divisa delle forze dell’ordine, se ci sei batti un colpo !

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