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Caso Orlandi: quel “Pierluigi” fin da subito troppo ben informato…

 

Aspettando aggiornamenti dai teutonici sepolcri, c’è una figura sulla quale giova porre attenzione per diradare una porzione delle nebbie che avvolgono la scomparsa di Emanuela Orlandi. Si tratta di “Pierluigi”, il primo telefonista ufficialmente riconosciuto, che con la sua azione depistante fece capire – senza volerlo – molto più di quelle che erano le sue intenzioni.

Egli si manifestò con tre telefonate a casa Orlandi tra il 25 e il 26 giugno 1983, enumerando una serie di particolari riferiti a Emanuela: astigmatismo da un occhio; vergogna a indossare in pubblico gli occhiali da vista bordati di bianco; i cosmetici “Avon”; matrimonio della sorella; suonatrice di flauto. Eccezion fatta per quest’ultima, le altre informazioni non erano ancora state riportate dai giornali che fino a quel momento avevano parlato della sparizione della giovane. Al contrario, erano conosciute dal microcosmo sociale di Emanuela, compreso aldilà e aldiquà (rione Borgo) delle Mura Vaticane, e non solo. Perché il nome “Avon” finì anche nella denuncia di scomparsa presentata da Natalina Orlandi la mattina del 23 giugno 1983, a poche ore dall’accaduto: “Ieri mia sorella [Emanuela, nda] verso le ore 19 […] ha telefonato nella mia abitazione dove ha risposto l’altra mia sorella Federica […] alla quale ha riferito di avere incontrato un uomo, non meglio descritto, il quale le aveva proposto se voleva fare una propaganda per una ditta di cosmetici e precisamente per la ditta ‘Avon’”.

Proprio perché non ancora divulgati dalla stampa, questi particolari sembrarono accreditare “Pierluigi” come interlocutore attendibile. Una sensazione ben presto però tramutatasi in illusione. Perché l’ambiguo parlatore fece finta di non sapere che Emanuela fosse cittadina vaticana; le cambiò il nome in “Barbara”; adombrò una sua fuga da casa perché annoiata dalla vita; la presentò come un incrocio tra una banchista di Porta Portese e una “hippy” di ottima famiglia, che sbarcava il lunario vendendo giacche e collanine tra Campo de’ Fiori e piazza Navona. Tutte fake news che lo definirono per quello che effettivamente era: un depistatore.

Ma allora perché la sua entrata in scena aiuta a capire qualcosa in più di questo intricato enigma? Chi era “Pierluigi”? Come si può dedurre, un soggetto vicino agli ambienti della vicenda oppure un “imboccato”, cioè uno che riceve informazioni da altri e le riadopera con uno scopo ben preciso. Eloquente un altro indizio, forse ancor più eclatante dei precedenti, che dimostra come fosse ben al corrente anche della vita delle persone intorno a Emanuela: lui si presentò col nome di uno dei più cari amici della ragazza, anch’esso allora abitante in Vaticano, che il 26 giugno era a cena con la famiglia in un locale a Ladispoli. Quella sera “Pierluigi” telefonò per l’ultima volta e disse di trovarsi in un ristorante sul mare. C’è il mare a Ladispoli? Sì. E la stagione delle coincidenze in questa triste storia non è mai iniziata.

Premessa la completa estraneità dell’amico di Emanuela dal misfatto, un mitomane mai avrebbe azzardato tre telefonate così ravvicinate, a base di mezze verità e mezze bugie, correndo il rischio di essere scoperto. “Pierluigi” invece lo fece perché a conoscenza che il telefono degli Orlandi in quei giorni non era ancora sotto controllo; perché consapevole di avere le “spalle coperte”; perché molto abile in questo perverso gioco del “vedo-e-non-vedo”. Seguì un copione prestabilito e finalizzato, paradossalmente proprio per quella sua parte di attendibilità, a indirizzare su una pista fuorviante, quella del maniaco della strada.

Un depistaggio in piena regola. Sopraffino e partecipato. Perché oltre a “Pierluigi” a casa Orlandi chiamò tale “Mario” (28 giugno), che portò avanti il canovaccio dei cosmetici e della fuga da casa, mentre il 5 luglio si palesò l’Amerikano, che vestì i panni del grande burattinaio, presentando nella sua telefonata alla sala stampa vaticana i già menzionati mestieranti della cornetta come suoi elementi e spostando il mistero su un altro binario morto: quello del ricatto politico internazionale. Ma, come avrebbe detto qualcuno, questa è un’altra storia.

Ritorniamo piuttosto a “Pierluigi”. Per un’ultima volta. Perché la sua entrata in scena a poche ore dalla scomparsa di Emanuela Orlandi è un altro dettaglio che potrebbe dire molto sulla sua sorte. E perché la necessità, se non proprio l’impellenza, d’intossicare il quadro investigativo, schiude all’idea che dietro la sparizione di questa cittadina vaticana dalle semplici origini, nata e cresciuta tra eccellenze e porporati, vi sia una verità poco glorificante e molto ingombrante, che andava occultata fin dall’inizio, in ogni modo e con ogni mezzo.

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