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Riorganizzare la Rai. Ci vuole coraggio, tanto coraggio!

 

E’ dalla riforma del 1975 che nasce l’attuale divisione per reti e testate della Rai. Da allora a oggi il mondo della tv, della radio, dell’audiovisivo è profondamente cambiato. Non c’è da meravigliarsi se oggi Fabrizio Salini, dal luglio 2018 amministratore delegato, ha deciso di dare il via a una riforma che aspira a “rivoluzionare” il servizio pubblico. Non più reti e testate separate, ognuna con il suo direttore, ma un’organizzazione per contenuti: intrattenimento, sport, fiction, cinema, documentari … in tutto nove direzioni, il cui lavoro viene poi ridistribuito fra le reti. Il primo risultato evidente è che i direttori di Rete – alcuni appena nominati – perdono potere e controllo sui loro bilanci.

L’idea non è nuova. Risale al 1998 e fu un dirigente di allora, Renato Parascandolo, a proporla al direttore generale di quegli anni Pierluigi Celli. Il modello in vigore – diceva – è penalizzante: favorisce la formazione di tanti piccoli “feudi” autarchici che producono programmi di tutti i generi, ma soltanto per i loro palinsesti. Questa frammentazione è deleteria e Parascandolo si domandava: “In un sistema concorrenziale, dominato dalla tv commerciale, che senso può avere una competizione in tono minore tra reti e testate che a stento producono per il loro palinsesto trascurando, inevitabilmente, il mercato mondiale della televisione e degli altri media?”
“La diaspora dei generi” ha scritto più recentemente Parascandolo, che è andato in pensione senza però mai abbandonato la sua idea originaria, “si aggrava con la rivoluzione digitale”. Ed ecco che per ogni media viene approntata una direzione aziendale ad hoc: nascono Televideo, RaiSat, RaiNet, Rai Click, Rai News 24, Rai New Media, senza parlare di Rai Eri, Rai Trade ecc. gracili strutture sganciate dal core business, la tv generalista, e destinate a crescere come bonsai, piante con un nome altisonante ma inesorabilmente nane”.
Questa proposta è rimasta nel cassetto ventuno anni. E oggi riappare – sia pure riformulata dalla Boston  Consulting – nella versione Salini.
Che possibilità ci sono che “la rivoluzione” abbia successo? Poche per almeno due ordini di motivi, entrambi condizionati dalla politica. Non va dimenticato che l’unico aspetto che non è mai cambiato in Rai è la bulimia dei partiti, che continuano imperterriti il loro assalto al controllo di viale Mazzini e di Saxa Rubra.
Miseramente fallito il tentativo di Matteo Renzi di fare una legge che salvasse l’autonomia e l’indipendenza del servizio pubblico rispetto alle segreterie di partito oggi in Rai c’è un presidente, Marcello Foa, più famoso per la sua amicizia con Matteo Salvini che per la serietà e autonomia professionale. E Foa ha già messo le mani avanti: non si toccano i telegiornali i cui direttori piacciono ai partiti. E il risultato è che proprio per l’informazione, il settore più delicato e importante per la qualità del servizio pubblico e che conta mille settecento giornalisti, il progetto Salini di unificare il sistema è rimandato al 2023. Ora è vero che Salini gode di una fama professionale seria e tuttavia non si può dimenticare che a nominarlo sono stati i Cinquestelle, gli alleati della Lega. In altre parole per non rompere con il presidente leghista, Salini rimanderebbe a un altro consiglio d’amministrazione la riforma più importante, quella dei telegiornali e dell’informazione.

Altro punto che crea preoccupazione anche all’interno della Rai, chi si assumerà la responsabilità dei nuovi nove direttori dei contenuti? Chi garantisce che la lottizzazione partitica non condizionerà scelte delicatissime per il peso professionale che avranno sul futuro della stessa Rai? E che idea avrà ognuno di qiesti nuovi direttori del servizio pubblico?
Fabrizio Salini conclude una lettera a Il Corriere della Sera con queste parole: “Il talento non basta, ci vuole il coraggio. E per la Rai, questo, è il momento del coraggio”. Davvero? Anche a costo di mettere i Cinquestelle contro la Lega? La Rai è più importante della Tav!

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