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L’Impresa Grigia. Le infiltrazioni mafiose nell’economia legale. Un’analisi sociologico-giuridica

 

Oggetto di studio del lavoro sono le infiltrazioni della criminalità organizzata nell’economia legale. L’interesse per questo complesso fenomeno nasce dall’esigenza di superare stereotipi che hanno prodotto un effetto distorsivo sulla percezione sociale del fenomeno.

Le mafie al Nord vengono viste ancor troppo soventemente come prodotto di una contaminazione esogena che coinvolge realtà circostanziate, con una diffusività limitata ed una offensività del tutto secondaria. Tant’è che il processo di investimento delle mafie nella imprenditoria del settentrione viene riconosciuto come un fenomeno del tutto residuale, dal carattere “meramente” economico, spesso edulcorato rispetto ad ogni significato criminale. Ne  consegue una sottovalutazione della profonda essenza di violenza che, invece, caratterizza sia l’origine dei capitali  investiti, sia le modalità di relazione sistematicamente applicate nelle relazioni economiche.

Le attività imprenditoriali vengono, quindi, vissute come entità asettiche operanti in un tessuto del tutto estraneo alle dinamiche criminali. Ed anche quando vengono rese pubbliche le indagini che portano alla luce affari illeciti perpetrati da decenni tra l’imprenditoria locale e le consorterie mafiose, la reazione della collettività si è  mostrata troppo composta nell’ammettere, al massimo, di non essere stata in grado di attivare i necessari strumenti di difesa sociale, atti ad arginare l’orda criminale sempre riconducibile ad un Sud contaminato e contaminante. Tale visione ha alimentato un’immagine misconoscente: un Nord che ha accolto i migranti e ospitato i soggiornati obbligati, subendo un mutamento dei propri assetti sociali, senza poter resistere al potere pernicioso e subdolo di una mentalità profondamente criminogena.

Al contrario, assai raramente vi è stata un’assunzione di responsabilità nell’avere aperto le porte delle attività imprenditoriali a capitali di dubbia provenienza, con l’unico ed esclusivo interesse di salvare o incrementare le attività economiche. In molti casi si è scelto di contrarre operazioni economiche con gli appartenenti o gli agenti in affari di gruppi mafiosi, sempre più di rado si è agito sotto minaccia o costrizione. Di conseguenza è stata alimentata una convergenza di interessi che ha prodotto una sostanziale e diffusa alterazione delle dinamiche sociali ed una distorsione dei principi sui quali si basa lo sviluppo economico, al punto da giungere ad una accettazione apatica della decisione di  computare nel prodotto nazionale alcune di quelle attività criminali per la cui lotta si è investito in sacrifici umani ed economici.

Nel testo si cerca di superare immaginari collettivi e stereotipi legati ad un’idea di mafia che non può più essere narrata utilizzando metafore ormai inadatte e anacronistiche a descrivere i processi di diffusione del tutto consolidati. Non più una “colonizzazione” che rimanda ad una «occupazione (più o meno violenta) di un certo territorio, sulla base di una qualche pianificazione della sua utilizzazione», piuttosto una “simbiosi mutualistica”. Il prodotto di tale processo comporta un vantaggio reciproco per gli individui associati i quali, senza essere obbligati a tale rapporto, possono vivere anche indipendentemente gli uni dagli altri.

Non più, quindi una piovra che estende i propri tentacoli in una morsa letale, quanto un camaleonte in grado di mimetizzarsi con il territorio, assumendone le sembianze, senza però mutare la propria identità. In sostanza, la mafia ha posto in essere un cambiamento strategico necessario ad estendere il proprio potere e dominio in territori che si mostravano estremamente fruttuosi e certamente non del tutto impermeabili alle contaminazioni. Una strategia che ha necessitato il coinvolgimento di nuove figure di partenariato che, seppur provenienti da contesti diversi, si sono mostrate da subito disponibili a inedite forme di collaborazione divenute sempre meno sporadiche e  più frequenti, al punto da divenire infungibili.

La criminalità organizzata oggi agisce ed opera utilizzando soprattutto attività imprenditoriali divenute mezzo necessario per compiere operazioni che, per essere poste in essere, necessitano di imprenditori disposti a far subentrare nella compagine societaria investitori di dubbia moralità, ma in grado di rinvigorire i bilanci e di estendere gli affari in mercati protetti da benefici competitivi del tutto peculiari. Si tratta di imprese che vengono piegate agli interessi delle consorterie ed utilizzate per veicolare capitali, altrimenti inerti, tramite operazioni attuabili mediante competenze che i consociati non posseggono, ma che possono acquisire, seducendo professionisti con lauti compensi o promesse di future collaborazioni.

Il ruolo di questi imprenditori e professionisti non deve essere analizzato solo nella sua rilevanza rispetto alla espansione della criminalità organizzata, ma approfondito in considerazione della responsabilità ad esso connessa. Una forma complessa, indirizzata all’esecuzione e alla realizzazione di un determinato fine, le cui modalità sono affidate alla scelta individuale.

Il fulcro del libro è rappresentato proprio dall’analisi delle responsabilità giuridiche e sociali a carico di quegli imprenditori e professionisti che, rappresentando la “forza della mafia al di fuori della mafia”, permettono alle organizzazioni di prosperare e di infiltrarsi nell’economia legale.

Questa capacità camaleontica ha messo a dura prova i magistrati più volte interrogati nel ricondurre le diverse manifestazioni all’interno dei parametri disegnati dal legislatore del 1982. Un dibattito vivace ed ondivago, il quale, accanto ad operazioni ermeneutiche, coraggiose ed innovative, ha affiancato pronunce più prudenti, finalizzate a ricondurre le fattispecie in una interpretazione maggiormente ortodossa.

Ampio spazio è stato dedicato anche agli interventi normativi di un legislatore che si è mostrato particolarmente sensibile nell’intervenire a rafforzare quegli strumenti in grado di arginare il fenomeno della invasività degli investimenti criminali, come le  misure di prevenzione patrimoniali che rappresentano un apparato del tutto originale ha svelato molteplici e diffuse criticità nell’amministrazione di tali patrimoni, soprattutto nel caso in cui il bene oggetto dell’ablazione fosse un’azienda.

Un testo elaborato sulla base di una  bibliografia ampia, articolata ed eterogenea in coerenza con la natura interdisciplinare del testo.

(EDIESSE, Roma 2018, pp. 333)

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