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La privacy perduta nei confini del digitale

 

Il convegno tenutosi ieri nella giornata europea dedicata alla protezione dei dati personali su “I confini del Digitale”, organizzato dall’Autorità italiana, è stato davvero interessante. Tra l’altro, a fronte di un programma piuttosto specifico e specialistico, l’emiciclo dell’aula dei gruppi parlamentari – pur capiente- non è riuscita a contenere gli ospiti accorsi.

Il tema del rapporto tra la velocità dell’innovazione tecnologica con l’enorme diffusione dei dati e la tutela della riservatezza costituisce una delle maggiori contraddizioni del secolo digitale, laddove solo una impegnata sfera pubblica può interagire positivamente.

Nella sua efficace relazione il Garante Antonello Soro ha evocato una vera e propria rivoluzione del lessico e della semantica giuridici: il diritto, più di ogni altra scienza sociale deve riscrivere le categorie di riferimento con la “…duttilità necessaria ad accogliere una realtà in costante evoluzione…”. In tale quadro va ribadito che la protezione dei dati ha poco a che fare, ormai, con la gelosa custodia della vita privata, mentre riguarda uno dei perni del sistema democratico per la cui affermazione è indispensabile una “tutela universale”, ben al di là dei confini nazionali. Qui l’Europa, ricca di tradizioni normative evolute a differenza del liberismo degli Stati uniti o del centralismo autoritario della Cina, ha un possibile compito strategico. Del resto, il Regolamento n. 679 del 2016 dell’Unione europea ha aperto la strada, ma servono ora coraggio e creatività. I robot (drammaticamente pericolosi nell’uso bellico già praticato) e il salto nel buio dell’intelligenza artificiale hanno seccamente cambiato scenari e rapporti di forza, con la Cina in progressione geometrica. Già, ma a che prezzo? Come ha detto il corrispondente dall’Asia di Radio radicale Francesco Radicioni gli occhi di Mao e delle Guardie rosse sono stati soppiantati da almeno 200.000 apparati di sorveglianza, con 46.000 telecamere solo a Pechino, e con la silenziosa invasione di cospicui pezzi del mondo con strumenti ad altissimo valore aggiunto e una marea di dati offerti da una popolazione immensa ormai largamente connessa. Dall’inizio del 2016 ad oggi è entrato in rete un volume di dati e di identità personali “profilate” maggiore dell’intero ciclo storico precedente, ha ricordato il direttore de “La Stampa” Maurizio Molinari. In Cina il controllo capillare persino su sguardi ed emozioni costituisce il “Social Credit System”, vale a dire un punteggio assegnato ad ognuno che determina lo stesso accesso alle prestazioni del Welfare e la collocazione nella scala gerarchica.

Giuliano Amato ha messo in causa il “determinismo tecnologico”. Anzi, “non tutto ciò che è fattibile deve essere fatto”. Le tecniche hanno bisogno di un limite. Tra l’altro,  l’argomento è stato trattato dalla Corte costituzionale anche in merito al grado di trasparenza richiesto ai dirigenti pubblici.

Le blasonate smart cities, poi, sono il cavallo di Troia di forme di sorveglianza selvaggia. Il caso di Boston: si comincia a illuminare le buche nelle strade e si finisce in un immenso “grande fratello”. Il cyber crime è stato oggetto della relazione di Roberto Baldoni, vicedirettore del “dipartimento delle informazioni per la sicurezza” (Dis). Vari i contributi: Stefano Mele, Erica Palmerini (i rischi del puro affidamento agli algoritmi), le componenti dell’Ufficio Giovanna Bianchi Clerici e Augusta Iannini, la ministra Giulia Bongiorno.

I “potenti” della terra ne hanno parlato al meeting di Davos. I progressisti e le sinistre sono solo spettatori?

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