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La fierezza ironica della ‘Signorina Else’ al Teatro Torlonia di Roma

 

Else è una ragazza austriaca della buona borghesia, che trascorre le vacanze estive in Svizzera ospite dalla zia “ricca”. Durante il suo soggiorno riceve la lettera della madre, che fatica ad aprire come se intuisse il contenuto. La donna infatti la mette al corrente dell’ennesimo problema finanziario del padre avvocato, che questa volta potrebbe risolversi con la prigione. Le chiede quindi se può perorare la loro causa, chiedendo al signor von Dorsday, ospite nel suo stesso albergo, di prestare loro, come ha già fatto in passato, 30.000 franchi. Una richiesta che nasconde naturalmente delle insidie sessuali, come è chiaro anche alla madre, nonostante non ne faccia mai menzione nella lettera. Da questo momento comincia il calvario per Else, indecisa se aiutare il padre o affermare la propria libertà negando questa richiesta.

La signorina Else è un racconto scritto in forma di monologo interiore. Tutto ciò che succede infatti viene filtrato attraverso la coscienza e le convinzioni di Else, una ragazza come tante in quei primi anni del ‘900. Se apparentemente il racconto sembra descrivere in forma narrativa le teorie di Sigmund Freud, riguardanti il disagio psichico dell’isterica, è evidente che oggi abbia una rilettura diversa che riguarda la cultura patriarcale e bigotta dell’epoca. Quello che emerge dai ragionamenti di Else è una profonda frustrazione per la sua condizione di donna e quindi di “minorata”, in quanto incapace di poter guadagnare da sola i soldi necessari per la sopravvivenza. La giovane è costretta a pagare per le colpe del padre, il quale incapace di esporsi mette in mezzo la moglie, che incarna perfettamente il suo ruolo sociale e preferisce sacrificare la figlia piuttosto che il marito.

Else, presentata su un lettino d’obitorio, è considerata vittima già in partenza. Ma il suo continuo interrogarsi circa la libertà e l’autodeterminazione la pone al di sopra della passività femminile tipica di quel periodo storico. Else è fiera e combattiva nel suo tormento interiore, caratteristiche che vengono evidenziate anche dall’interpretazione intensa e ironica di Lucrezia Guidone, che recita a distanza ravvicinata con il pubblico.

La regia intimista di Tiezzi fa immergere spettatori e spettatrici nell’ambientazione mitteleuropea del testo, grazie soprattutto all’esibizione dal vivo di tre musicisti e alla raffinata cornice del Teatro Torlonia, costruito nel 1871 e restaurato nel 2013.

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