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A Levico il XXVIII Congresso del giornalismo italiano sarà dedicato ad Antonio Megalizzi

 

Sarà dedicato ad Antonio Megalizzi il XXVIII congresso del giornalismo italiano che si svolgerà a Levico dal 12 al 15 febbraio.

Il ventinovenne giornalista trentino senza tessera incarna tutti i colleghi italiani e stranieri assassinati per la loro passione di documentare la realtà e per rispondere ad una insopprimibile passione  civile. Ma lo voglio intitolare idealmente anche a Paolo Borrometi, precario sotto scorta, presidente di Articolo 21, oggetto anche recentemente di nuove minacce di morte, che simboleggia tutti i giornalisti che rischiano la vita ogni giorno pur di non venire meno al loro dovere di essere scomodi. Occorrerà un impegno a perpetuare la memoria di Antonio Megalizzi per far vivere attraverso il sogno radiofonico europeo le sue idee ed illuminare con la scorta mediatica i colleghi sotto attacco che mafia e malaffare vorrebbero indurre al silenzio.

Due colleghi che simboleggiano anche i temi che saranno al centro del dibattito delle assise congressuali: superamento della precarizzazione del lavoro giornalistico e del linguaggio dell’odio e della discriminazione che sta caratterizzando questa temperie politica.

“L’informazione non è un algoritmo. Libertà, diritti, lavoro, nell’era delle fake news”: è il  titolo che racchiude i temi che saranno dibattuti per tre giorni a Levico da 500 giornalisti, dal 12 al 15 febbraio.

Come si vede si tratta di questioni cruciali che non interessano solo gli addetti ai lavori, ma tutta l’opinione pubblica. A parte il ventennio fascista, mai come in questo periodo viene auspicata la morte dei giornali, la chiusura degli stessi, compilando liste di proscrizione, insultando pubblicamente i giornalisti. Il taglio del fondo per l’editoria ai piccoli giornali in cooperativa o delle minoranze linguistiche, la mancata abolizione dei COCOCO nel settore giornalistico è una precisa strategia per indebolire i giornalisti.

Il settore editoriale è in una crisi profonda aggravata dal crollo del mercato pubblicitario; con il dimezzamento in pochi anni delle copie dei quotidiani venduti passati da 6 milioni a poco meno di 3, con la pubblicità drenata in larga parte dalle tv. Stati di crisi e prepensionamenti hanno provocato l’espulsione dal mercato del lavoro di tremila colleghi nell’ultimo quinquennio, mettendo in ginocchio l’istituto di previdenza dei giornalisti.

Secondo taluni guru la rete è destinata a sostituire la mediazione giornalistica, ma l’informazione di qualità veicolata attraverso qualsiasi strumento – carta, video, radio, web – non può fare a meno della interpretazione e valutazione dei fatti dai professionisti del settore. Situazione aggravata dal tentativo sempre più aggressivo di voler superare i corpi intermedi, della disintermediazione e della comunicazione diretta con il popolo.

Hanno un alto valore simbolico e sostanziale gli insistenti richiami del Presidente della Repubblica, supremo garante della Costituzione, che negli ultimi mesi è intervenuto una diecina di volte per riaffermare il valore fondante dell’articolo 21 quale baluardo della democrazia rappresentativa, in difesa dei giornalisti e delle diverse opinioni che veicolano.

La precarizzazione del lavoro giornalistico indebolisce l’intero settore dell’informazione: a fronte di 15.000 giornalisti dipendenti, nel 2017 sono state erogate dall’Inpgi 7.000 prestazioni di ammortizzazione sociale. Inoltre sono ben cinquantamila i lavoratori autonomi che oggi rappresentano la maggior parte dei colleghi che lavorano come COCOCO, partite IVA, free lance, quasi sempre sottopagati. E’ necessario ottenere la cancellazione delle infinite tipologie contrattuali che dal pacchetto Treu al Jobs Act che hanno reso il mondo del lavoro sempre più precario, anche per i giornalisti.

Il congresso di Levico rilancerà il confronto unitario con il legislatore per una nuova normativa sulle risorse del sistema informativo nel suo insieme; l’istituzione di tetti alle concentrazioni proprietarie e di fatturato, tema molto sentito anche in Trentino Alto Adige, e che ridefinisca l’intervento pubblico di sostegno al pluralismo.

Urgente e non più rinviabile è liberare la Rai Servizio Pubblico dal controllo dei partiti e dei governi, Arrivare, attraverso l’azione coordinata degli enti di categoria, a una nuova definizione di giornalismo e di giornalista, che abbia valore di legge e che contempli la via universitaria quale canale prioritario di accesso alla professione.

Occorrerà riprendere il confronto con la Fieg per un rinnovo contrattuale davvero al passo coi tempi,  contratto che ponga al centro la lotta alle diseguaglianze e l’inclusione sociale. Dopo il contratto con Aeranti Corallo e  quello con Uspi, il percorso va approfondito a partire dalle varie declinazioni del digitale in tutti i settori, per le quali vanno pensate apposite figure e regole contrattuali. Va anche definito un nuovo contratto tipo che sia alla base del vero lavoro autonomo.

Superare lo stallo sull’equo compenso, riunificando il percorso della legge di settore con quella generale per le professioni e la norma sui compensi delle pubbliche amministrazioni.

Si deve pensare ad una nuova normativa che riconosca le particolarità del lavoro giornalistico nella pubblica amministrazione e che, contemporaneamente, costituisca una solida base economica e giuridica per i colleghi, tenendo fermo il valore del contratto di lavoro giornalistico FNSI-FIEG come approdo di trattative che non potranno essere smontate unilateralmente dalle amministrazioni firmatarie. Ma nel frattempo, per assicurare dignità ed equità del lavoro giornalistico ai colleghi già assunti, è necessario dare corso alle attuali previsioni della legge 150 e proseguire il confronto con Aran per la costruzione di un profilo professionale che risponda davvero alle esigenze del giornalismo della pubblica amministrazione.

Da questo punto di vista il Trentino potrebbe essere apripista con una normativa pilota che potrebbe essere anticipatrice di quella nazionale, come lo fu nel 1983 l’istituzione dell’Agenzia del Lavoro, poi adottata nel resto d’Italia.

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