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Riace e Mimmo Lucano sotto assedio

 

In queste ore il ministro dell’Interno Matteo Salvini alza il tiro. Contro tutti. In particolare contro Riace perché – twitta – «chi sbaglia paga». Nel frattempo, il Tribunale dei ministri lavora per capire se ha sbagliato pure lui, mentre il tempo scorre e si avvicina il momento in cui i pm dovranno decidere se chiedere l’archiviazione oppure chiedere al capo dei pm di presentare un’istanza di autorizzazione a procedere a Palazzo Madama, essendo Salvini un senatore.

Matteo Salvini, è il caso di ricordare, è stato indagato dalla Procura di Agrigento per il caso Diciotti, la nave della Guardia costiera italiana ormeggiata per giorni nel porto di Catania con il divieto di far scendere a terra i migranti. L’avviso di garanzia gli è stato recapitato il 25 agosto. Il fascicolo contro Salvini è stato trasferito dalla procura di Agrigento a quella di Palermo, e da quella di Palermo al Tribunale dei ministri, che – a partire dal 7 settembre – ha 90 giorni di tempo per prendere una decisione.

Il conto alla rovescia è già partito, la clessidra dei 90 giorni è stata rovesciata, i giorni passano e si avvicina pericolosamente la decisione. Sequestro di persona, abuso d’ufficio e arresto illegale. Questi i capi d’accusa contro Salvini e il capo di Gabinetto del Viminale Matteo Piantedosi. I migranti soccorsi dalla Diciotti, secondo i magistrati, sarebbero stati privati illegalmente della propria libertà personale.

Se il tribunale dei ministri decidesse di procedere, una volta che gli atti sono giunti alla presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati, ed entro 60 giorni la Camera dovrà riunirsi. L’articolo 605 del codice penale, sul sequestro di persona, stabilisce che «chiunque priva taluno della libertà personale è punito con la reclusione da sei mesi a otto anni. La pena è della reclusione da uno a dieci anni». Chiunque, anche Matteo Salvini. Che però verrà salvato da questo Senato che, con ogni probabilità, negherà l’autorizzazione a procedere.

Riace e Mimmo Lucano, intanto, sono sotto assedio. Stretti tra i fuochi incrociati di Viminale e procura. «Non di sola disobbedienza civile si deve ora parlare», hanno avvertito i Giuristi democratici commentando quanto accade a Riace. «Ma di determinato rispetto della Costituzione repubblicana. Che dai soggetti che dovrebbero rappresentare le Istituzioni e che oggi occupano i loro vertici, non è considerato il primo dei loro doveri».

Su Riace si fa vero e proprio terrorismo con un’ordinanza che minaccia – non ordina, perché ci sono 60 giorni di tempo per fare ricorso al Tar e chiedere la sospensione immediata – le deportazioni. Nessuna deportazione avverrà nel paese dell’accoglienza, quel piccolo borgo ci insegna che l’accoglienza è un atto umano e naturale. Che l’accoglienza (com’è stato per tre anni, dal 1998 al 2001) può essere spontanea, può trovare sostentamento dalla solidarietà internazionale che è già esplosa in ogni dove. Chi vorrà restare a Riace potrà farlo, uscendo dal sistema Sprar, e rimanendo così a casa sua, a Riace.

E rinunciare allo Sprar non sarebbe un passo indietro per Riace, ma per l’Italia intera che decide di fatto di abbattere l’accoglienza diffusa e, con essa, rinunciare a costruire una convivenza pacifica. Se questo governo – e il suo apparato – decideranno davvero di andare avanti su questa strada, si assumeranno la responsabilità di sacrificare pace sociale e sicurezza sociale sull’altare della propaganda. Con buona pace degli interessi economici e criminali che festeggeranno per i rinnovati ghetti e grandi centri.

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