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Note e riflessioni di Nevio casadio,  autore  del film “Yuri sulle orme di Yuri Ahronovitch”

 

Dopo l’anteprima mondiale al Festival del cinema di Mosca dell’aprile scorso, il prossimo 28 settembre alle 19 il docufilm internazionale “Yuri Sulle orme di Yuri Ahronovitch”, verrà presentato il prossimo venerdì 28 settembre in Italia al Napoli Film Festival al cinema Hart di Napoli in via Crispi 33

Il film dedicato a Yuri Ahronovitch è nato una sera di qualche anno fa. Nel segno di Federico Fellini. Il 27 di dicembre del 2014, mi giunge una e-mail: “Gentile signore, sono israeliana, le scrivo da Gerusalemme, a caldo, dopo aver appena visto sul canale della RAI International, il suo fantastico film su Fellini: Viva Fellini.  Desidero semplicemente dire che sono incantata dal suo film, in tutti sensi. È un capolavoro! Grazie. Colgo l’occasione di fare tanti auguri per il 2015. Cordialmente…”, e seguivano il nome e il cognome della gentile signora. Una mail sorprendente, ovviamente inattesa. Cercai informazioni sul web circa l’identità dell’interlocutrice per me senza un volto e di cui nulla sapevo, appurando che per una vita era stata la compagna di un grande direttore d’orchestra, scomparso da oltre dieci anni.

Non tardai a risponderle: “Gentilissima Signora, le sue parole di una immensa generosità, pur immeritate, tengono compagnia e scaldano il cuore. Il capolavoro non è il mio VIVA FELLINI, ma il capolavoro è Federico e lo sarà per sempre. Io sono soltanto un cronista con l’obbligo di raccontare. Purtroppo oggi si tende a dimenticare in fretta e la china verso l’oblio è drammaticamente vergognosa. Tutti noi abbiamo il dovere di conservare il ricordo delle persone geniali. Tito Balestra, un poeta italiano del secolo scorso, poeta sconosciuto ai più, diceva: “se hai una montagna di neve tienila all’ombra”. Tutti noi abbiamo il dovere di mantenere in vita la bellezza del mondo. E tra le bellezze del mondo, l’arte di Yuri Ahronovitch”.

Ecco, da quello scambio virtuale di mail, con l’unico suono delle parole fatte di lettere alfabetiche apparse in uno schermo, ci sentimmo al telefono. Mi raccontò il suo sogno. Un film su Yuri Ahronovitch.

Dal suono della voce lontana, avvertii che mi trovavo di fronte ad una storia d’amore, tenera, appassionata, di un grande unico amore, di quelle storie che segnano l’esistenza delle persone, in vita ed oltre la vita. Ascoltai quel suono della voce come fosse un canto d’amore, di una donna verso il suo compagno, una ballata o romanza amorosa nel segno della bellezza, come lo è un filo d’erba, o un fiore di campo.

Ci saremmo visti e conosciuti poi in Italia. Ed incontrandoci, senza tanto pensarci su sapevamo entrambi che il film lo avremmo fatto.

Partimmo insieme così sulle orme di Yuri.

 “Certe volte qualcuno ti racconta un sogno.

Da tempo sogno di fare un film che non c’è.

“Un film?”, chiesi io.

“Si, un film che ho sempre sognato … su Yuri, Yuri Ahronovitch”.

Poi dopo un po’ aggiunse: “Lo farebbe lei?”

Ho intrapreso così il mio viaggio lungo le orme di Yuri.

Yuri Ahronovitch, il direttore d’orchestra”

Iniziai a girare quel film, con il pensiero che mi riportava alla mente quand’ero bambino e poi poco più che bambino. Mio padre era morto quando avevo otto anni e crescendo capivo di sapere pochissime cose di questo genitore scomparso, con la solitudine addosso che mi stava segnando i giorni, i mesi e le ore. Verso i tredici, quattrodici anni cominciai la prima inchiesta della mia vita. Andavo alla ricerca di suoi amici, conoscenti o chiunque avesse avuto a che fare con lui e via via mettevo in tasca delle tessere musive raccolte un po’ di qua e un po’ di là e così via via, quei tasselli di aneddoti, ricordi o commenti, prendevano un verso, delineando una storia dai contorni meno sbiaditi mettendo in luce una fisionomia fatta di sorrisi e durezze, sconfitte e utopie, pugni chiusi di mani callose intrise di terra e garofani rossi, nel segno di una dignità voluta e bramata.  L’inchiesta su mio padre col passare dei giorni assumeva, strada facendo, dei tratti sempre più nitidi e contorni sempre più secchi.

Ecco, ho iniziato a girare il film su Yuri Ahronovitch senza avere in testa una sceneggiatura come normalmente si fa, ma con l’idea di ripercorrere la vita di questo uomo e artista, per filo e per segno, nelle pieghe più recondite, inedite ed edite. Ho divorato tutto quello che avevo trovato di quel che su  Yuri era stato pubblicato, visionato le sequenze di concerti da lui diretti e trasmessi nelle televisioni del mondo, interviste rilasciate su giornali e tv, filmati amatoriali girati da amici e conoscenti, documenti, corrispondenze e un mare di fotografie. Poi, con Tami, sua compagna di una vita, ci siamo messi in cammino. Lei con la sua tenacia ed io con l’esigenza di confrontare l’idea che mi ero fatto di Yuri Ahronovitch con quanto avrei raccolto dalle testimonianze registrate, giorno dopo giorno, in una road movie che mi avrebbe emozionato come non mai.

Procedendo in tal senso, seguivo l’esigenza di scoprire via via, attraverso le testimonianze che mi venivano date lungo il cammino, la vita di Yuri Ahronovitch, nei suoi meandri pubblici e privati, che Yuri poi avrebbe circoscritto in un’unica frase: “la musica è la mia vita”.

Lungi quindi da me l’idea di realizzare un documentario sulla vita di Yuri Ahronovitch, sull’onda di una biografia classica e comune, in una successione cronologica, dalla nascita alla morte, con suoni, parole, immagini supportati da un testo, letto da uno speaker, divulgando informazioni didascaliche o narrativamente complementari alla dinamica del film.

Non mi ci volle molto a comprendere la grandezza di Yuri ed averne puntualmente conferma. Il fatto di averne a suo tempo ricordato, vagamente il nome, mi pose una riflessione pungente e acuta, a proposito di un artista apprezzato da coloro che si nutrono di musica classica come si mangia il pane, eppure sconosciuto ai più.

Yuri Ahronovitch, è stato uno dei più prestigiosi direttori d’orchestra nella allora Unione Sovietica, a capo dell’Orchestra Sinfonica della Radio televisione sovietica a Mosca. Dopo la sua emigrazione in Israele nel 1972, iniziò subito la sua attività musicale in tutto il mondo, anche in Italia, dove ha diretto per quasi trent’anni, le maggiori orchestre.

Seguendo un programma on the road, incontrando artisti, musicisti, critici, amici e conoscenti, che avessero i titoli per parlarci di Yuri, con una troupe di lungo corso, disposta a non temere fatiche e marce lunghe, iniziammo le riprese italiane, lungo le orme battute da Yuri Ahronovitch.

In Italia – nei grandi teatri della penisola, la Fenice in Venezia; La Scala in Milano; Teatro di San Carlo in Napoli; Accademia Chigiana in Siena; in Torino nel Teatro Regio, Teatro Stabile e nell’Auditorium Rai, dove per molti anni Yuri Ahronovitch ha diretto l’Orchestra Sinfonica della Rai di Torino; ancora Firenze, Como, Villa Vicentina, Riva del Garda, raccogliendo storie e testimonianze da parte di personalità della cultura musicale, quali il baritono Leo Nucci, il baritono Claudio Desderi, il pianista Rudolf Buchbinder, il musicologo Cesare Mazzonis, il violinista Boris Belkin, la soprano Mietta Sighele, la violoncellista Natalia Gutman.

 

In Zurigo, dove la celeberrima soprano inglese Dame Gwyneth Jones ricorda la propria esibizione in Chigago diretta dal Maestro, poi in Russia in San Pietroburgo città natale di Yuri Ahronovitch; Mosca dove diresse l’Orchestra di Radio Mosca; poi in Yaroslavl, raccogliendo voci e ricordi e pure le denunce, in particolare relative alle vessazioni subite dal Maestro Ahronovitch e dai suoi famigliari in quanto di etnia ebraica, fino alla sua emigrazione in Israele, decisione che in Unione Sovietica avrebbe determinato vicende umilianti, violente e penose.

 

In sala di montaggio, nel corso di tre mesi, ci siamo confrontati con 500 ore di materiale audiovisivo, tra riprese effettuate in giro per il mondo, materiali di repertori amatoriali e altri tratti dalle tv, italiane, russe, svedesi, spagnole, israeliane.. , per non parlare delle incisioni discografiche sparse sul tavolo.

 

Abbiamo terminato infine il montaggio del film dalle testimonianze espresse in cinque lingue diverse, producendo poi edizioni distinte, in lingua italiana, inglese ed ebraica, avendo in mente la versione in lingua russa, lingua natia di Yuri.

 

Road movie di 126 minuti, una durata del film inusitata, perché nel film non c’era nulla da escludere.

 

Ecco la valenza del film sulle orme di Yuri Ahronovitch, risiede e si riflette nella personalità di un direttore d’orchestra controcorrente, fuori dagli schemi, un artista “antistar”, che non faceva parte dello star system e che viveva ai margini dei grandi circuiti internazionali, riferendoci ai poteri di mercato.

 

Eppure le testimonianze raccolte nel film, rilasciate da critici o musicisti che avevano con il Maestro e l’amico, condiviso tratti di strada umana e professionale, confermano la grandezza di Yuri Ahronovitch. Un grandissimo esponente della musica colta, in definitiva della cultura del ventesimo secolo. Considerando infine le sue vicissitudini, angherie e soprusi subìti in quanto ebreo in Unione Sovietica da parte del regime. Per non dimenticare la cancellazione della sua memoria in quel Paese, attraverso la distruzione delle registrazioni delle sue direzioni, come il film documenta. Una personalità per nulla ossequiosa al potere, ma dedita esclusivamente alla musica nel profondo rispetto dei compositori.

 

Ecco, il docufilm su Yuri Ahronovitch, rivelando un’esistenza travagliata, esaltante e complessa, con il cuore ogni volta buttato oltre l’ostacolo, è un film che va aldilà  degli interessi  di un pubblico di cultori di musica  colta, di un pubblico esclusivo  di nicchia, quale  potrebbe  essere un documentario  su un direttore d’orchestra, pur prestigioso ma di notorietà riservata.  È un atto d’amore Che dovrebbe far riflettere, una collettività estesa. E il cinema, se non fa riflettere, discutere ed emozionare, a cosa serve?

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