C’è una flotilla di mare e una flotilla di terra. Gli attivisti della prima sono tutti rientrati alla base: tiriamo un sospiro di sollievo, anche se resta l’inquietudine per il sequestro delle loro barche in acque internazionali e per il trattamento inumano e degradante al quale sono stati sottoposti dalle autorità israeliane. Uno scempio che ha costretto anche il nostro governo a dire una parola sulla palese violazione di diritti umani che si è verificata nei confronti di cittadini che stavano svolgendo nient’altro che una missione umanitaria e di pace.
La spedizione di terra invece, chiamata Global Sumud Land Convoy, si è mossa in contemporanea a quella marittima e aveva l’obiettivo di raggiungere Gaza attraverso il valico egiziano di Rafah. Ecco che però ieri duecento attivisti, bloccati in Libia da giorni, sono stati attaccati da uomini armati e incappucciati nell’ovest del paese. Di loro sappiamo che alcuni sono rimasti feriti e che tutti sono stati costretti con la violenza a salire sui mezzi che li condurranno a Misurata, da dove – si spera in tempi rapidi – verranno espulsi e rimandati nei paesi di origine. C’è poi un altro piccolo pezzo di convoglio, una decina di attivisti fra i quali gli italiani Domenico Centrone e Dina Alberizi, che si era spinto più a est per trattare con le autorità della Cirenaica nel tentativo di sbloccare la missione e proseguire il viaggio umanitario verso l’Egitto e la Palestina. Di queste dieci persone abbiamo completamente perso le tracce.
Neanche le autorità consolari italiane presenti a Bengasi, dove pare che siano stati condotti, sono riuscite a vederle. Il ministro degli Esteri Tajani ha detto “Speriamo che tornino il prima possibile”, augurandosi che vengano processate ed espulse rapidamente. Ce lo auguriamo anche noi, che in caso contrario – come sempre – ci faremo sentire nelle piazze.
