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Se Di Maio tradisce i rider tradisce tutti i lavoratori precari

 

Un accordo che riguarda solo i rider. Si è appena concluso il tavolo al ministero dello Sviluppo economico tra Di Maio, le piattaforme digitali, i rappresentanti di Cna, Confcommercio, Confindustria, i sindacati confederali e i rappresentanti dei rider. Il ministro del Lavoro si è detto contento del tavolo, a cui ne seguiranno altri, e ha aperto a due strade: «Inserire una norma nel decreto Dignità che riguardi chi lavora nel food delivery». L’altra, che lo convince di più, è quella di «arrivare a un contratto collettivo nazionale per i rider. Il primo in Europa», dice. «A partire dai raider per poi estendere agli altri lavoratori della gig economy. Della concertazione farà parte anche la discussione sulla natura del contratto, se subordinato o meno. Ma partiamo dai diritti» ha continuato.

Insomma, si inizia dai rider, si passa vedremo poi quando a chi lavora per l’economia digitale. Ma la zona grigia dei lavoratori sfruttati di cui l’Italia è piena,  nei piani di Di Maio scompare, adesso non c’è più spazio. Il rischio è che alla fine la lotta portata avanti dai rider venga stemperata proprio dal ministro che ha scelto i lavoratori del cibo a domicilio come simbolo della precarietà da sconfiggere. Una precarietà che non colpisce soltanto i ciclofattorini, che infatti, ripetono in ogni comunicato, durante ogni assemblea, seduti a qualsiasi tavolo: “Non per noi ma per tutti”.

Aboubakar Soumahoro, il sindacalista Usb che è diventato portavoce delle lotte e delle condizioni di sfruttamento di chi lavora nei campi, in un’intervista all’Espresso di Giovanni Tizian ha affermato che rider e braccianti dovrebbero unirsi. I ciclofattorini infatti hanno avuto la forza di mobilitarsi e far esplodere le contraddizioni sociali di cui parla anche Aboubakar: hanno mostrato che nel conflitto capitale – lavoro loro sono totalmente svantaggiati e che questa situazione è inaccettabile. Inoltre, si sono organizzati nei Riders Union: un’altra contraddizione che hanno fatto esplodere, sia i rider sia i lavoratori delle campagne, è nei confronti del sindacato confederale che non ritengono rappresentativo ma anzi distante perché, sostengono, prende decisioni senza un vero confronto con i lavoratori. In un’intervista a Diario del Lavoro a Giulia Guida della Filt-Cgil, la segretaria generale ha dichiarato che le divergenze con i rider potrebbero portare ad un cambiamento interno al sindacato.

Mentre i lavoratori in bicicletta riescono a incidere nelle istituzioni, locali e nazionali, nei sindacati e negli altri lavoratori sfruttati, il ministro con la Lega alle calcagna vuole intestarsi una vittoria il prima possibile. Entro 60 giorni.

Ma la lotta di quella che può essere definita la formazione sociale più interessante nella contemporaneità del mondo del lavoro rischia in questo modo di essere svilita: una vittoria solo per i rider non è l’unico obiettivo da raggiungere e di cui accontentarsi. I ciclofattorini, che si sono ritrovati di fronte alla promessa della subordinazione adesso la pretendono nonostante (o forse proprio perché), il ministro se l’è rimangiata. Di Maio è tornato indietro, nei fatti, anche su un altro punto, fondamentale: il miglioramento delle condizioni di lavoro per i rider dovevano essere applicate a tutti i giovani precari di cui, parole sue ripetute in varie occasioni compreso oggi, i rider sono un simbolo. “Una gioventù abbandonata” l’ha definita. Invece l’intento ora come ora è quello di restringere solo ai rider un’eventuale vittoria. Il paradosso è che invece per i ciclofattorini non basta: la loro lotta, ma soprattutto il risultato, deve essere esteso a tutti. Per questo, mentre il ministro continua a fare passi indietro pur dicendosi soddisfatto, loro non indietreggiano e si preparano a nuove e più vaste alleanze.

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