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Perché io, giornalista del servizio pubblico, ho indossato una maglietta rossa

 
Il giorno dopo l’iniziativa delle #maglietterosse ricevo questo messaggio:
sig. Valerio io sto per attraversare con la mia famiglia piccola .. ho cercato di evitare ma non e’ stato possibile. 
Provo ad aiutare miei figli come posso
ma dalla Siria e da qua in turchia da 4 anni non ho potuto fare nulla per loro.”
Mahmoud scrive da Ipsala, al confine tra Turchia e Grecia. Allega una foto dei suoi bambini che trascinano una cariola carica di paglia e ridono divertiti. Non so cosa dire, provo a mettere Mahmoud in contatto con delle associazioni che ho conosciuto intorno a quel confine. Ma é domenica, non trovo nessuno. Non posso fare niente.
Mi rendo conto, ancora una volta, di essere in una posizione che va oltre quella di osservatore. Mi rendo conto che il mio lavoro di cronista mi ha messo a stretto contatto con le persone che cercano di passare i confini d’Europa e mi ha costretto ad entrare in empatia. È successo tante volte. È successo a Lampedusa di fronte ai corpi estratti dal mare, é successo in Serbia di fronte ai bambini soli costretti a sopravvivere e a nascondersi a 25 gradi sottozero, mi é successo a Melilla di fronte ai ninos della calle, i bambini di strada che cercano di imbarcarsi di nascosto sui traghetti per la Spagna e vivono nelle grotte sotto il faro.
Ogni volta mi sono sorpreso ad emozionarmi e a trovarmi schierato automaticamente, dalla loro parte. A fare il tifo affinché riuscissero a sfuggire ai gendarmi che su ogni confine sono capaci di violenze feroci.
Mi chiedo se questo significhi essere un cattivo giornalista. Mi chiedo se questo sia in contraddizione con quella figura mitica o mitologica del giornalista imparziale, soprattutto quello del servizio pubblico, pagato con i soldi dei contribuenti.
La domanda mi risuona nella testa mentre cerco le fotografie di Edirne dove Mahmoud, in questo momento, prova ad attraversare il confine per entrare in Europa, per “aiutare i suoi figli”.
Scorro la galleria del cellulare e trovo altre persone con cui mi sono trovato in una posizione diversa da quella di puro osservatore.
La prima é quella di Ciro, 8 anni portato a spalla su una barella da un gruppo di eroici vigili del fuoco. Era agosto 2017, sull’isola di Ischia stravolta dal terremoto. Mi ricordo che quel bambino l’ho sentito urlare sepolto dalle macerie della sua casa, l’ho sentito gridare per rassicurare il fratello piccolo che li avrebbero salvati. Mi rendo conto che anche in quella situazione mi sono trovato schierato da una parte, a fare il tifo per quei bambini seppelliti sotto il cemento tirato su senza regole e senza controlli. Altre foto mostrano i faldoni con le pratiche di abusivismo edilizio sepolte dalle macerie negli uffici del comune di Casamicciola.
Scorro la galleria e trovo altre facce, altri ricordi di empatia tipici del “cattivo cronista” di parte.
La registrazione dell’interrogatorio di un ragazzino di 16 anni, arrestato nel casertano, mentre spacciava cocaina. Lo sguardo da duro e la paura di bambino. Subito dopo le foto di un magistrato antimafia, diventato un caro amico, che ha scelto di schierarsi anche lui con una associazione che aiuta i ragazzini come quel piccolo spacciatore.
Trovo la foto di una ragazza di 20 anni che senza piangere mi ha parlato di suo padre, fotografo, ucciso in Colombia da un commando di narcos.
Trovo le foto di bambini che giocano di fronte ad una chiesa, SS Apostoli a Roma, dove dormono accampati assieme ai loro genitori. E si chiamano per nome anche se sono di tutti i colori.
Trovo i filmati di una violinista siriana che studia al conservatorio e suona “O Sole mio” nei vicoli di Padova.
Le foto di un libro che parla di una donna morta bruciata mentre era legata ad un letto di contenzione e il volto di sua figlia che ancora chiede giustizia.
La foto di un uomo seduto a terra con una scritta a pennarello su un cartone che dice “meglio barbone che ladro”.
Le foto di un ragazzo con il volto tumefatto,  morto in un ospedale dopo un pestaggio subito nelle 48 ore trascorse in una caserma dei carabinieri e le celle di sicurezza del tribunale di Roma.
La foto di un giornalista minacciato di morte e costretto a vivere una vita blindata.
Mi fermo. Smetto di cercare e mi accorgo che ogni volta, per ognuna delle persone che ho incontrato e di cui ho raccontato la storia, mi sono trovato a scegliere da che parte stare. Ogni cronaca che ho scritto era una cronaca di parte, schierata, partigiana. E che non sarebbe potuto essere altro. Perché questo lavoro si fa davvero solo se si toccano i fatti con le mani, se si è disponibili ad ascoltare, a scavare tra le macerie, a sollevare corpi bagnati, a rischiare di farsi male.
Le cronache non possono non essere di parte se si parla di migranti come se si parla di mafia. Partigiane come lo sono quei racconti che in queste ore tengono il mondo con il fiato sospeso per la sorte di quei ragazzini dispersi in una grotta in Thailandia. Tutti noi facciamo il tifo per quei bambini, ascoltatori o cronisti non fa differenza. Siamo schierati dalla parte della vita.
Che differenza c’è con i bambini che muoiono in mare?
Mentre guardo la galleria delle foto sul telefono, arrivano dei messaggi. Mahmoud manda due fotografie di bambini che fanno i compiti e che sorridono. Scrive: “ora e’ mezzo giorno lascio hotel e wifi, non ho piu contatto ..spero bene. Vi ringrazio.”
Mahmoud é partito e non so più niente di lui e dei suoi figli. È a loro e ai miei figli che penso, mentre sono qui a scrivere e a chiedermi se davvero sono un cattivo giornalista perché ho indossato una maglietta rossa. A domandarmi se sono un cattivo cronista se mi scopro a fare il tifo per Mahmoud e per i suoi figli.

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