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Migranti : via le Ong, ok a navi commerciali

 

Una salma resta coperta da un sacco di cerata nera tra i tanti vivi. Morto subito dopo essere stato soccorso da un mercantile.
Era da anni che i mercantili non intervenivano più se non in casi eccezionali. Dopo il 2015, con l’arrivo delle Ong, si era evitato di mettere in difficoltà le navi commerciali, i rimorchiatori, le petroliere perché la struttura di questi natanti non consente soccorsi in sicurezza, perché non hanno attrezzatura ed equipaggio adeguati ad effettuare operazioni così delicate e perché comunque fanno un altro lavoro e ogni stop è perdita di denaro che va comunque in qualche modo ripagata.

Con il dimezzamento delle Ong, con l’Aquarius di SoS Mediterranée lontana in Spagna, con la Sea Watch3 tenuta prima in stand by, poi costretta a rinunciare al trasbordo dei naufraghi per il timore di avere assegnato un porto troppo lontano, con il caso giudiziario della Proactiva Open Arms tenuta  lontana per mesi, alla fine sono tornati a intervenire loro nell’area in cui i trafficanti mettono in mare i gommoni e i barchini carichi di un mondo in fuga. Che sia da guerra o da fame, o solo costretti a suon di botte, per i ras del traffico di esseri umani poco importa: li scaricano comunque a mare.
Sanno come aggirare i muri i potenti organizzatori di  questo mostruoso e spietato traffico di uomini donne e bambini. Lo facevano già molto prima che arrivassero le Ong: fino al 2014 con Mare Nostrum e nel 2015 con la missione Triton di Frontex. Quando navi e motovedette della Guardia Costiera, della Marina Militare Italiana e della Guardia di Finanza partivano da ogni parte della Sicilia, soprattuto da Lampedusa. Quando noi giornalisti eravamo ancora graditi a bordo delle navi militari e riuscivamo a documentare senza sosta, senza a volte neanche mangiare e dormire, l’incessante lavoro dei nostri militari.
Ricordo ancora quando, tra maggio e giugno del 2015, ci imbarcammo su un Pattugliatore d’altura a Messina e per un normale giro di perlustrazione verso Lampedusa. Finimmo per restare sull’isola che era ancora considerata porta d’Europa per un’emergenza al largo delle coste libiche. Tornammo dopo una settimana, comprando abiti e biancheria intima perché i bagagli erano rimasti in Sicilia.

In quei giorni, le chiamate di SoS dai telefoni satellitari facevano andare in tilt il centralino della centrale operativa della Guardia Costiera di Roma, l’MRCC che un giorno dovette attivare anche l’ultima motovedetta della Guardia di Finanza rimasta .  Su quella motovedetta saltammo di fretta e furia con la troupe. Non avevamo neanche finito l’ultima missione che eravamo già di nuovo a bordo. Otto ore di viaggio a tutta velocità per raggiungere la zona di search and rescue. Il comandante della motovedetta non vedeva di buon occhio la nostra presenza in una simile circostanza ma l’ordine dal Comando di Roma era di farci salire.
Quando arrivammo in area si prospettò uno scenario mai visto. 20 barconi strapieni, unità navali militari di ogni nazione intorno. A supporto rimorchiatori e mercantili. Non un medico a bordo, non un mediatore culturale, non ce n’ erano abbastanza per coprire tutti i soccorsi. Solo una volontaria della Croce Rossa alla sua prima esperienza. Fu allora che, mentre dal barcone si arrampicavano aggrappati alle cime a decine,  sentii le urla del comandante che mi chiamava dalla torretta di comando:
“Giornalista! Giornalista!”
” Comandante che c’è? Mi devo levare di mezzo?”
“No! Per favore, dottoressa, ci dia una mano. Non abbiamo medici, può aiutare la volontaria a riconoscere la scabbia? Prima lei mi ha detto che la sa riconoscere…. E anche a fare a chi ne ha bisogno   nell’eventualità punture di eparina”
“Si si certo! ”
“Bene grazie. Intanto aiuti l’equipaggio nei soccorsi. Non parlano bene le lingue. Glielo dica lei che parla inglese e francese come si devono muovere qua sopra sennò è il finimondo!”

Ecco com’era il Mediterraneo Centrale prima dell’arrivo delle navi della solidarietà. Un luogo in cui le nostre navi, i nostri militari passavano mesi senza fermarsi mai. Il peso dei soccorsi era quasi tutto sulle nostre spalle. I numeri dei flussi migratori leggermente meno alti degli anni a venire. Ma sicuramente molto più alti di questo 2018 in cui il calo di arrivi in Italia è sceso dell’80%.
Se non si troverà una soluzione equilibrata e fuori dalla propaganda elettorale, il peso dei salvataggi di esseri umani trafficati resterà tutto sulle spalle delle nostre navi militari. Con conseguenti oneri economici e di energie.

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